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IL CIRCO CAPOVOLTO: LA RECENSIONE

FESTIVAL DI LATINA

IL CIRCO CAPOVOLTO 

 

Finalmente un romanzo che guarda alle arti circensi  con uno sguardo che attraversa il tempo, uno sguardo che parte dal mondo di oggi e ogni tanto si volge indietro per mettere a fuoco la storia dura e complessa di tante famiglie europee di spettacolo viaggiante che hanno subito nel tempo infinite  discriminazioni fino a finire nei campi di stermino, durante la seconda guerra mondiale, insieme alla più ampia categoria definita degli asociali con  istinto al nomadismo.

Con un linguaggio assolutamente originale, duro ma al tempo stesso

visionario e evanescente,  ci racconta come a morire ad Auschwitz Birkenau ci siano stati tanti saltimbanchi, giocolieri, clown, funamboli, acrobati. E nel compiere questo atto di memoria e ci invita a  guardare negli occhi il passato con la consapevolezza di quanto sia importante comprenderlo per poter affrontare con civiltà il mondo interculturale di oggi.

E’ proprio questo sguardo sul passato che ci consente di valorizzare  il destino di mestieri, quali quello degli artisti di strada, giocolieri,  acrobati, ecc. che possono ancora avere un profondo valore in una società altamente complessa come la nostra.

E’ proprio il protagonista del romanzo, Branko Hrabal, ungherese discendente  da una famiglia di circensi a trovarsi investito di questo compito.

Lui arriva in una baraccopoli alla periferia di una delle nostre città italiane, arriva portando con sé un carico di scatoloni in cui è contenuta una  parte degli attrezzi  appartenuti al circo di  suo nonno, Kék Cirkusz, il circo azzurro.

Raccontando ai bambini delle baracche la storia di questo 
magico circo e affidando loro i materiali che ha recuperato, riesce a 
restituire ai bambini  la passione per il gesto circense, quel gesto che, in un contesto di degrado e difficoltà sociali, diviene  gesto di riscatto e restituzione di dignità sociale, come ci insegna tutta la nuova esperienza europea di circo sociale.

 

E’ importante anche sottolineare che, essendo il romanzo  ambientato in una baraccopoli, metta a fuoco il convivere di persone di diverse etnie che si devono confrontare e misurare su ciò che li 
unisce e non su ciò che li divide. 
Molto interessante  è il fatto che l’autrice, oltre alla narrazione in lingua 
italiana, abbia lasciato idiomi riferibili a cinque diversi ceppi linguistici (non solo albanese, ma anche rumeno, ungherese, Ceko, romanes) e che non abbia sentito il bisogno di metterne la traduzione in italiano a fondo pagina. Quasi a dirci che il senso della storia, e quindi di una trama comune, in un mondo come quello di oggi si deve  afferrare al di là che dei personaggi e delle loro culture non si capisca tutto fino in fondo. Le differenze che qui vengono descritte non sono ostacolo ma solo elementi normali della vita intorno a cui si adatta una volontà di comunanza.

Come scrive Erri De Luca “La resurrezione è un tendone ripiegato, da montare di nuovo. Qui siamo tra giostrai, gente che non dimentica. Accompagna la storia una lingua sorella gemella della musica”

 

Di Cosimo Specolizzi aprile 2008

18/04/2008 22.47.58

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