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Stampa: Moira e la leggenda del circo. La magia diventa scelta di vita

SUELLEN SFORZI NUOVA AVVENTURA IN …..

Moira e laleggenda del circo qui la magia diventa scelta di vita

«Arte, cultura e solidarietà, siamouna città multietnica»

 

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Di Marco Archetti

Avrebbepotuto essere Sofia Loren, decise di diventare Moira Orfei. Walter Nones,invece, sarebbe stato ingegnere navale, se avesse dato retta al padre. Tra idue fu l’amore, poi venne il circo. Si sa, ci sono storie che non si possonoevitare. Ci sono storie che inseguono gli uomini finché non si compiono, perchésono il destino.

Questafavola comincia nel 1962 con la partecipazione al primo Festival mondiale delCirco e si snodaattraverso gli anni, percorre in lungo un tratto della storia non solo italiana(nel 1977 Moira Orfei restò bloccata in Iran con 100 artisti e 50 animali, el’Achille Lauro, dopo imperscrutabili temporeggiamenti andreottiani, la andò ariprendere), solca l’immaginario e arriva fino a qui, San Polo, novembre 2013.
Stiamo parlando di una macchina da sogni lunga 70 autotreni, che dà da mangiarea 150 persone, con cinquant’anni di passione e di scuola alle spalle macchinache non si ferma mai: dopo Brescia farà tappa a Milano e sarà a Roma per tuttoil periodo natalizio. «Del resto, questo non è un lavoro, ma una scelta divita. È un richiamo irresistibile. Difficile spiegare, ma… La pioggia sultetto del caravan di notte, la vita in comune, gli animali come compagni divita e di lavoro. È bellissimo vivere in prima persona gli eventi climatici, lanon stanzialità e tutti i sacrifici e le bellezze che comporta. Sa come sichiama, questo, nel nostro ambiente? Avere la segatura nel sangue».

Aregalarci questo lieto cortocircuito ematico-esistenziale è Luca Alghisi,nipote di Moira e ufficio stampa dello strepitoso, immenso baraccone. «Spiace solo -confida – che alcune società circensi affittino il nome da componenti di questafamiglia e portino in giro spettacoli che non hanno nulla a che vedere colnostro, per qualità e per livello artistico. Ma poi diciamocelo: Moira è ilcirco, il circo è Moira, punto. Pensi che una volta ipotizzammo di togliere ilcognome dai manifesti e di lasciare solo il suo nome. Del resto la conosconotutti, bambini e anziani. Con la gente abbiamo rapporti decennali. Giusto ieri,la mail di un bresciano che diceva: mi ricordo di voi, vent’anni fa facevategli spettacoli allo stadio Rigamonti».
Moira non è solo una faccia e quelle sue ciglia corvine, da fattucchiera difiaba. È un simbolo. «Il suo volto fa parte di questo Paese come il manifestodel Campari», aggiunge Alghisi. «Il circo è cultura, e la cultura va tutelata.Invece a volte il reperimento di aree diventa una faticaccia e le leggicomunali sono di ostacolo. Ma quel che conta è che il cuore del nostrospettacolo è vivo. Il nostro fiore all’occhiello? Stefano Orfei, vero erede disuo padre, addestratore. Presenta un numero con le tigri che gli ha fatto vinceretre volte il massimo riconoscimento al Festival del circo di Montecarlo».

Quandomanca mezz’ora allo spettacolo, due figurette svelte, in marsina colorata e conle facce infarinate, balenano e scompaiono tra i cavi d’acciaio dei tendoni -un sogno? -. All’orizzonte dei tir-toilette, oltre fitte graticole ditransenne, due cammelli sventolano la coda. Dentro il tendone, attesa, e buiosoffuso di luce rossa in alto, stelle cangianti. Le ragazze di sala fumanosedute, i becchi delle loro redingote purpuree sfiorano terra. Hanno occhibistrati, sguardi ammalianti, e soffiano fuori uno sbuffo come di borotalco.Mandibole marcate e occhi allungati, fanno sognare, lascito somatico di chissàquali steppe sconosciute. Poi tutto comincia.
I bambini trattengono il fiato. Musichette da carillon e marcette alla NinoRota, tempo binario, trilli e tamburi. Acrobati e ballerine esplodono dal buioin mezzo alla pista. Un carosello equestre, zebre, elefanti, un ippopotamo.Verso metà spettacolo, un leone bianco, fulgido fenomeno. Questo è il circo: illuogo del fenomeno umano e animale, un regno di fracasso e di gioia. Bellol’acrobata, quando finito il numero si erge e mostra il volto sfrontato, esigel’applauso e manda baci, infine guizzando via, scivolando misterioso trainaccessibili, morbidi varchi.

«Siamouna piccola città viaggiante, che vive la solidarietà. Qui, se piove, piove pertutti. Se unanimale sta male, facciamo la notte in bianco. Siamo una comunità multietnica.Ci sono artisti francesi, tedeschi, russi, un esempio di civiltà e convivenza.Il circo è rispetto, tolleranza, lavoro. Società patriarcale che tramandatradizioni». Poi Alghisi fa una pausa. Sorride e conclude: «Sa cosa penso? Èdietro le quinte, che c’è lo spettacolo più bello di ogni spettacolo».

 

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Dabrescia.corriere.it

01/11/2013 19.46.10

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