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Stampa: Esce Shalimar the Clown, il nuovo romanzo di Rushdie

SUELLEN SFORZI NUOVA AVVENTURA IN …..

ANTICIPAZIONI – «Shalimar the Clown», arriva il nuovo romanzo di Salman Rushdie

 

di WALTER MAURO un po’ pericolosa per le conseguenze che gli avrebbe provocato, gli venne, com’è noto, dai «Versi satanici» nel 1988, quando volle affrontare, in modo più esplicito e aggressivo, i duri temi dei conflitti generati dalla società multietnica, anche se tutta la vicenda, in bilico fra poesia e consapevolezza etica del problema, si sviluppava sul filo di una proliferante inventiva comico-fantastica che sicuramente ne stemperava i toni, pur conservando la crudezza del giudizio. Molti ricorderanno che le pagine relative all’«ultima tentazione di Maometto» vennero considerate blasfeme dal fondamentalismo islamico, e procurarono a Rushdie una sentenza di morte, fatwa, pronunciatagli contro dall’ayatollah Khomeini. Tempi ormai lontani, decantati dalla storia, che tuttavia costrinsero lo scrittore di Bombay alla clandestinità, alla rinuncia a una vita normale, e soprattutto cancellarono, pur provvisoriamente, la sua attività di scrittore, che pure vantava testi di rilievo, da «Grimus» del 1979 fino a «L’ultimo sospiro del moro» del 1995, tutti concentrati sul drammatico universo di lacerazioni fra Oriente e Occidente. Ora, in un clima più disteso che ha cancellato, anche ufficialmente, il clima di terrore in cui Rushdie è stato costretto a vivere e a difendersi per tanti anni, allontanata l’accusa un po’ grottesca di essere stato «blasfemo», è tornato al romanzo, la sua difesa preferita, con un lungo testo, intitolato «Shalimar the Clown», edito a Londra dalla Jonathan Cape e fra breve in versione italiana, in cui da una condizione tragica e ludica al contempo, quella del clown Shalimar, lo scrittore indiano ritorna, in chiave più marcatamente fantastica, al tema dell’incrocio, se si vuole della convergenza, fra passione d’amore e tensione politica, sul filo di una dolorosa involuzione che il soggetto umano subisce quando la sua natura vive la velenosa involuzione del terrorismo: in una terra, una fra le tante del globo, in cui lo strumento della trattativa, della logica della ragione, ha lasciato totale spazio allo scontro diretto fra etnie incapaci della convivenza. Ecco allora avanzare la storia di un ragazzo quindicenne del Kashmir, che fa il clown in un circo, è abituato a muoversi e passeggiare su una corda tesa, che non si profila soltanto in aria, sulle teste degli spettatori ammirati, ma anche sotto forma di innamoramento per Boony, che ha la sua età e danza nello stesso circo. I due decidono di sposarsi ma il serpente del male della tentazione si presenta quasi subito sotto le spoglie non di certo mentite dell’ambasciatore americano in India, Maximilian Ophuls, eroe della Resistenza in Francia, famoso esperto di economia, adesso rappresentante del governo di Washington nel paese di Shalimar. L’infatuazione amorosa per la bella e giovane Boony è devastante e totale, senza scampo, la seduzione vince su tutto, Boony diventa la moglie di Maximilian e dopo breve tempo madre di una bambina. Rapidamente — secondo lo stile fulmineo e immediato di Rushdie, in tanti suoi precedenti romanzi, — l’obiettivo dello scrittore si sposta dalla passione d’amore a quella politica, anche per la contemporaneità della duplice vicenda: mentre si realizza il sogno d’amore alle spalle del clown, i soldati indiani attaccano proprio il villaggio in cui è nato Shalimar, sottopongono il fratello alla vergogna della tortura per aver militato con i jihadisti. Sono accadimenti purtroppo sufficienti per pesare sulla scelta di Shalimar che si fa terrorista, in un frammisto fra vendetta politica e rivalsa d’amore: si fa assumere come autista da Maximilian a Los Angeles, e in quel clima infuocato del 1991, uccide l’uomo davanti alla casa della figlia. Sarà fin troppo facile scambiare per atto terrorista un gesto di vendetta amorosa, ma in realtà Shalimar ha scelto la strada dell’estremismo, sotto la spinta di ragioni forse abbastanza estranee alla lotta politica, ma la realtà è questa, di una implacabile durezza. Anche se, c’è da aggiungere, le implicazioni che il romanzo di Rushdie propone sono numerose e di grande rilievo, sul piano psicologico come su quello dei conseguenti comportamenti degli attori del dramma. Il quale ultimo viene condotto con suggestiva sapienza descrittiva, poiché i fatti, gli eventi drammatici non vengono mai isolati, o rappresentati retoricamente, ma invece resi asciutti ed essenziali da un potenziale narrativo di notevole spessore, che sembra averci restituito Salman Rushdie alla sua vera e autentica vena di scrittore, ben lontano, finalmente, dalle banalità del tragico quotidiano del fondamentalismo.

 

Da Il Tempo del 13-10-05

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