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Stampa: “L’incanto di un magico Saltimbanco”

SUELLEN SFORZI NUOVA AVVENTURA IN …..

L’incanto di un magico Saltimbanco
(di Vittoria Ottolenghi – Roma)

Le Cirque du Soleil! È arrivato, finalmente, sotto un immenso chapiteau bianco, davanti alla Fiera di Roma. La capitale lo aspettava da una ventina d’anni: da quando, nel 1984, debuttò nel nativo Canada e fu subito trionfo. Sappiamo bene che c’erano stati, prima di questa ciclopica, nuova realtà, situata tra circo e danza, secoli di esperienze affini precedenti. Esperienze di mimesi, di mimi e pantomimi, di rituali sacri variamente gestuali e danzanti. Ma non c’è dubbio – perché negarlo? – che la vera virata di bordo, nel mondo dello spettacolo del Novecento, il vero sovvertimento nell’ordine dei valori, verso una più fertile promiscuità e interazione nell’esecuzione, risale alla genialità creativa, polivalente e interdisciplinare, intorno al 1970, del gruppo americano Pilobolus (seguito a ruota da Momix, Iso e oggi dagli Aeros rumeni) che mise insieme danza, sport e circo atletico. Il Cirque du Soleil, invece, fece la strada opposta, circa dieci anni dopo. Decise, cioè di spalancare le sue grandi tende e fare entrare il profumo e il senso profondo della danza. Ne venne fuori un circo magico e in qualche modo superumano, con valori poetici aggiunti, tanto da incantare il più filisteo dei pubblici. Purtroppo tutto questo – nelle nove compagnie danzanti che adesso vanta il Cirque (con altrettanti diversi spettacoli) e con ben cinque compagnie stabili tra il Canada e gli Stati Uniti – è rimasto lontano dall’Italia, certo perché troppo costoso e di difficile allestimento, fino a quando David Zard non ha deciso di tentare l’impresa e – finalmente – ce l’ha fatta. Nel frattempo, abbiamo visto decine e decine di imitatori eccellenti del Cirque du Soleil – comprese le creazioni della coreografa italiana in Francia Francesca Lattuada, e compreso il formidabile inventore di trovate danzanti e circensi, il francese Philippe Découflé. Così, ohimè, il gran colpo rivoluzionario di questo «Saltimbanco» del 1992 risulta un po’ annacquato, un po’ lento, un po’ scontato. Ma, allegri! Tutto è talmente immenso, vistoso, con decine di clown variopinti, costumi esagerati, acrobati-danzatori perfetti e una organizzazione da manuale, che si rimane incantati, comunque. Che cosa abbiamo preferito tra le decine e decine di proposte, in questa rassegna di antiche e nuove discipline acrobatico-coreografiche? Quella, davvero insuperabile, dei «Pali cinesi», in cui ventidue atleti (quasi tutti russi) si arrampicano e danzano su quattro alte e sottili pertiche, fissate soltanto a terra, saltando perfino dall’una all’altra, come scimmie, bellissime e senza peso. E la giocoliera Maria Markova (anche lei russa), che, con aria sorridente e dimessa, manovra a velocità vertiginosa, tra un passo di danza e l’altro, la bellezza di dieci palline bianche. Tutto questo costa molto caro, ci dicono. Ma forse non più di una qualsiasi partita di calcio in tribuna. Italiani? Soltanto uno, almeno in questa formazione sulle quattordici in giro per il mondo. Ed è niente di meno che il regista e coautore, un italiano nato in Belgio e canadese di adozione che si chiama Franco Dragone. Si repliche fino a metà novembre poi, proseguendo nel suo tour internazionale, il complesso canadese sarà a Lilla e Manchester.

da Il Mattino di Napoli

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