IL GRIDO DI AIUTO DI ROCCO ARCURI: “Lasciateci lavorare!”
E’ una evidente provocazione e al contempo un vibrante grido di dolore il testo che segue qui sotto, inviatoci da Rocco Arcuri, titolare dell’Abracadabra Magi Show, una implorazione alle istituzioni affinchè sia rispettato il diritto al lavoro della sua realtà e di tutti coloro che si occupano di circo, teatro viaggiante e spettacolo viaggiante in generale, perennemente in guerra con una burocrazia che non guarda in faccia a nessuno, e anzi finge di voltarsi dall’altra parte. Riportiamo integralmente il testo che Rocco Arcuri ha inviato via Pec a enti pubblici, istituzioni (Ministero dell’Interno, Ministero della Cultura, …), reti e trasmissioni televisive (Rai, Mediaset, Le Iene, etc…) nel disperato tentativo di trovare ascolto alle proprie, ignorate, istanze:
Illustrissimi signori rappresentanti delle varie associazioni criminali organizzate – Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita, Società Foggiana e di tutte le altre organizzazioni mafiose operanti sul territorio nazionale e internazionale,
Con la presente sono a chiedervi aiuto e protezione. Non so più a chi rivolgermi.
Sono un imprenditore, ma lo Stato italiano non mi ascolta. Mi sono rivolto al Presidente della Repubblica, ai ministri, ai sottosegretari, ai prefetti, ai viceprefetti e a numerose altre istituzioni, senza ottenere alcuna soluzione concreta.
Sono titolare di una piccola attività, un teatro viaggiante, con tre dipendenti assunti a tempo indeterminato e numerosi collaboratori. Nonostante sia in possesso di tutti i documenti, delle autorizzazioni e delle abilitazioni professionali necessarie per lavorare in Italia, non riesco a ottenere le autorizzazioni per operare nei singoli Comuni. Sembra quasi che il mio lavoro sia considerato di serie B, nonostante esista una legge dello Stato, risalente al 1968, che riconosce la funzione sociale e culturale dello spettacolo viaggiante.
Nessuna istituzione sembra voler far rispettare questa legge. Ognuno scarica la responsabilità su qualcun altro, demandando tutto alla “divina provvidenza”. Sono ormai dieci anni che scrivo alle varie istituzioni dello Stato, ottenendo quasi sempre belle parole e pochissimi fatti. Con il numero di PEC che ho inviato potrei persino candidarmi al Guinness World Records.
La mia stessa presenza sembra infastidire alcuni pubblici ufficiali. Alla Presidenza della Repubblica hanno bloccato il mio numero di telefono; al Ministero dell’Interno è stato dato ordine di interrompere immediatamente le telefonate; alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, se chiamo presentandomi come “Mario Rossi”, vengo regolarmente passato agli uffici competenti, mentre se mi presento con il mio vero nome, Rocco Arcuri, resto in attesa per ore senza parlare con nessuno.
Sono rari i casi in cui incontro qualcuno disposto ad aiutarmi. Ho l’impressione che, in Italia, senza le giuste conoscenze o raccomandazioni non si ottenga nulla: nemmeno un incontro con un sindaco, figuriamoci con un prefetto o con un dirigente ministeriale. Bisogna sempre passare attraverso amici, conoscenti o persone influenti.
Sembra quasi che un cittadino italiano che chiede semplicemente il rispetto della Costituzione e delle leggi vigenti venga considerato una persona scomoda, da ignorare piuttosto che ascoltare.
Questa inerzia dello Stato mi ha portato a una situazione debitoria molto grave nei confronti di INPS, INAIL, Agenzia delle Entrate-Riscossione, del commercialista, dei fornitori e di tutti coloro che lavorano con me.
Oggi, inoltre, sono senza lavoro. Sono saltate importanti date di spettacolo, come Angera e Ispra, e non so nemmeno come comunicare ai miei dipendenti che non sono più in grado di pagarli.
Il problema non è il prodotto che offro: al pubblico piace e le recensioni sono positive. Il problema è che, senza la possibilità di programmare con anticipo le piazze in cui lavorare, diventa impossibile organizzare una stagione, fare pubblicità e sostenere economicamente l’attività.
A questo si aggiungono i costi, ormai insostenibili, del suolo pubblico. Le agevolazioni che esistevano sono state eliminate e molti Comuni, con il pretesto della semplificazione, hanno affidato la gestione delle pratiche a SUAP esterni che richiedono diritti di segreteria variabili da 50 a oltre 200 euro, con casi che arrivano perfino a 1.000 euro. Soldi che spesso non finiscono nemmeno nelle casse comunali ma a società private, ai quali si aggiungono le marche da bollo da 16 euro, spesso quattro o sei per ogni pratica.
A questo punto mi viene da pensare che la legalità, per chi vuole rispettarla fino in fondo, sia diventata un lusso.
Pertanto, in modo volutamente provocatorio, mi viene da dire che forse dovrei cambiare strada. Forse dovrei abbandonare quella faticosa salita chiamata legalità e imboccare la strada in discesa, quella più semplice, quella che garantisce liquidità e permette di pagare i debiti.
Naturalmente non lo farò.
Ma ditemi: cosa dovrebbe fare un imprenditore onesto quando lo Stato gli impedisce perfino di lavorare?
Questa è una provocazione, non un invito né tantomeno una richiesta di entrare in contatto con organizzazioni criminali.
È il grido di disperazione di un cittadino che, dopo dieci anni di tentativi, si sente completamente abbandonato dalle istituzioni.
Vorrei solo sapere come devo fare per poter lavorare onestamente nel mio Paese.
Oggi sono disperato, senza soldi e, da questo momento, anche senza lavoro.
Grazie, Italia.
Rocco Arcuri

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