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Composizioni effimere: come cambia l’architettura del circo

Come si è evoluto negli anni il Circo, inteso come tendone?

Composizioni effimere: come cambia l’architettura del circo

Se c’è un elemento che più di tutti è inscindibile dall’idea di circo, almeno nella memoria collettiva, quello è il tendone. L’immaginario di una cattedrale passeggera, impregnata di mistero e incanto, è vivida nella narrazione condivisa del circo e restituita magistralmente da Fellini nei primi minuti del film I Clown, come in molti altre pellicole, che hanno contribuito a consolidare il mito circense. Ma come si sono evolute queste strutture mobili negli anni?

Se dovessimo individuare un propulsore principale nello sviluppo dell’effimera architettura circense, questo sarebbe senza dubbio la redditività. È proprio il controllo puntuale e capillare del pagamento degli spettatori a determinare la trasformazione dell’arena all’aperto di Philip Astley: recintata da pannelli di legno, passa da una modalità che oggi definiremmo “a cappello” alla vendita dei biglietti di ingresso, introducendo anche una tribuna coperta per chi poteva spendere qualche pound in più.

Sarà ancora la redditività a guidare lo sviluppo del sistema di tende smontabili, affermatosi prima negli Stati Uniti e poi in Europa. Una soluzione che ovviava all’inefficienza delle strutture stabili o semi-stabili europee, insostenibili negli insediamenti ancora poco sviluppati delle Americhe. Da qui prende forma il circo itinerante, che in meno di un secolo evolve da piccole strutture con palo centrale (il “postone”), di dimensioni massime di poche decine di metri, a enormi stadi di tela sostenuti da una fitta foresta di contropali. Strutture capaci di ospitare fino a 10.000 spettatori, ma sempre smontabili e rimontabili nel giro di poche ore.

Il colossale Circus Krone preceduto da una spettacolare facciata di ingresso

Da circa trent’anni, almeno nell’ambito del circo contemporaneo, assistiamo però a uno stravolgimento delle necessità. Se nella prima fase di sviluppo si cercava di prendere le distanze dal modello egemonico del circo classico, negli ultimi anni vediamo le compagnie tornare a prodursi in un proprio piccolo circo, spesso concepito in base a specifiche esigenze tecniche. Le nuove modalità di vendita degli spettacoli hanno radicalmente modificato la loro configurazione. La necessità di accogliere il maggior numero possibile di spettatori è progressivamente venuta meno, in parallelo al calo della dipendenza dal guadagno diretto dei biglietti.

Il tecnologico chapiteau “auto-installante” del Circo Toni Boltini in Olanda

Ci sono due fattori discriminanti in questo cambiamento epocale, da una parte, la circuitazione delle compagnie, anche quelle con tendone, è sempre più assimilabile a quella teatrale in cui la compagnia lavora a cachet programmata da un teatro, un festival o un’altra entità a cui passa l’onere della vendita di eventuali biglietti. Dall’altra, i finanziamenti pubblici per il circo contemporaneo sono diventati più puntuali e consistenti consentendo ai nuovi circhi di svincolarsi ancor di più dalle necessità dettate dalla cassa. Questo ha fatto emergere nuove esigenze ergonomiche/economiche, in netta rottura con la tradizione: dimensioni ridotte, massima trasportabilità, possibilità di montaggio senza ancoraggi e, soprattutto, la capacità di adattarsi alle necessità tecniche specifiche dello spettacolo per cui lo spazio viene progettato.

Circo Zoè
Il delizioso Circo Zoé

Coerentemente con tutto questo, anche l’estetica dei nuovi circhi si è trasformata: è venuto meno un elemento iconico come la “facciata”, da intendere in senso ampio, che per i circhi classici rappresenta ancora una forte “chiamata” per gli spettatori. Se volgiamo il nostro sguardo all’indietro, nelle case storiche, la biglietteria, il foyer, i cancelli rappresentavano un segno distintivo: più il circo era importante, più la biglietteria risultava grande, attraente, dotata di numerosi sportelli e scritte di forte richiamo, il foyer grande e i cancelli decorati. Al contrario l’ergonomia impone alle compagnie di circo contemporaneo in chapiteau di rinunciare nella grandissima maggioranza dei casi a un mezzo adibito a biglietteria, e in pochissime si dotano di vere e proprie strutture di accoglienza al di là del mero tendone. Tutto è compatto ed essenziale, non un elemento in più oltre l’indispensabile. Anche i posti a sedere sono spesso gradoni in legno o al massimo classiche gradinate, in netta opposizione con i grandi circhi di tradizione che investono da sempre nel confort degli spettatori.

L’avvenieristico chapiteau del Circo Darix Togni nel 1963, senza contropali

È certamente interessante notare come l’evoluzione delle strutture circensi sia continua e ininterrotta con le famiglie di tradizione a fare da motore propulsore, pensiamo solo velocemente al numero di innovazioni tecniche introdotte dalla famiglia Togni, dalle gradinate su bilici apribili, alla gabbia filet (la gabbia di rete che si estrae dal maneggio della pista) passando per i primi chapiteau senza contropali. Le direzioni in cui la tecnica circense evolve sono molteplici e spesso più sorprendenti di quanto non pensiamo. Le necessità tecniche dei nuovi spettacoli circensi hanno portato l’architettura circense a svilupparsi in direzioni fino ad oggi inesplorate ed in alcuni casi in netta controtendenza con la tradizione.

La Boule della compagnia francese “Les Arts Sauts”

Ripercorrendo, in maniera non esaustiva, la storia delle nuove strutture circensi, tra i primi sviluppi in direzioni alternative agli chapiteau tradizionali troviamo “La Boulle” (1998), immaginata dai trapezisti francesi Les Arts Sauts. Si trattava di una cupola gonfiabile di 42 metri di diametro, al cui interno un imponente portico d’acciaio sosteneva un elaborato sistema di trapezi e di altri attrezzi aerei. Un dispositivo architettonico che testimoniava una svolta: lo spazio non più come semplice contenitore dello spettacolo, bensì come parte integrante del suo stesso linguaggio.

Il pneumatico Kaydome di Kay Leclerc a Pescara per il Festival Funambolika

Un circo gonfiabile lo abbiamo visto anche in Italia nel 2018, quando Funambolika, la rassegna pescarese di nuovo circo diretta da Raffaele De Ritis, ha ospitato il “Kaidome”, un piccolo chapiteau gonfiabile immaginato dall’istrionico Kai Leclerc per il suo spettacolo Up Side Down – omonimo del numero che lo aveva reso celebre in tutto il mondo. Sempre tra i pionieri va sicuramente ricordata la “voliere” di Théatre Dromesko attiva tra il 1990 e il 1994. Una tenda dalla grande cupola trasparente dentro cui volavano oltre 240 uccelli, tra i primi audaci spettacoli che hanno iniziato a mettere in discussioni cosa fosse effettivamente il circo.

La “voliere” del Théatre Dromesko

Se per decenni lo slogan dei grandi circhi è stato “Biggest and better than ever”, oggi le dimensioni ridotte, o addirittura ridottissime, degli chapiteau diventano un valore aggiunto, capaci di annullare la distanza tra artisti e spettatori. Tra i tanti esempi incontrati in giro per Europa, possiamo citare la cupoletta giallo brillante della compagnia spagnola Pakipaya: un piccolo circo di soli 9 metri di diametro e 7 di altezza, capace di accogliere appena 75 spettatori su tre file di panche, montabile comodamente da sole due persone, nel quale prende vita uno spettacolo di trapezio fisso e mano a mano.

Il pandizzucchero giallo della compagnia spagnola Pakipaya

Ancora più radicale la scelta delle americane di Aloft, che con il loro “Brave Space” invitano poche decine di spettatori sotto un semplice treppiede per numeri aerei, coperto da una leggera stoffa bianca.

Il “Brave Space” delle americane di Aloft

Pur non trattandosi esattamente di uno chapiteau merita sicuramente una menzione il silos della compagnia francese Choses des rien in cui gli spettatori sono accomodati su scale a chiocciola disposte sulle pareti della struttura metallica e lo spettacolo si sviluppa verticalmente all’interno della stessa.

L’interno del silos della compagnia francese Choses des rien

Se fin qui abbiamo ragionato in termini di ergonomia ed economia, non tutti i progetti seguono questa logica. Un caso limite in questa direzione è l’operazione della compagnia ungherese Recirquel del 2023. A Edimburgo, per presentare lo spettacolo Ima – un solo concepito per una piccola tenda nera di una quindicina di metri di diametro da appena 100 spettatori in due file – è stato affittato per oltre un mese l’intero palazzo del ghiaccio della città al cui interno è stata montata la struttura. Per ospitarla in altezza si è dovuti addirittura intervenire smontando la controsoffittatura del palazzetto. Un esempio quasi paradossale di come, talvolta, la ricerca artistica possa piegare persino la logica economica funzionale sempre a patto che un sistema di sovvenzione pubblica (ma anche privata) permetta questi azzardi.

STUPOR CIRCUS: A PESARO torna il circo contemporaneo
L’iconico chapiteau del Circo El Grito

E in Italia? Oggi il nostro paese conta una decina di compagnie contemporanee che viaggiano con un proprio chapiteau. Tra le realtà più significative possiamo citare El Grito e Zoé, i più solidi nella proposta artistica; i più anarchici Paniko e MagdaClan; il Teatro nelle Foglie, che si distingue per maggiore attenzione estetica e infine Petit Cabaret, Circo Madera e Side Kunst Cirque.

A Pescara a poca distanza gli chapiteau del Circo Lidia Togni e del Teatro nelle Foglie nei giorni di Funambolika

Tirando le conclusioni, la vivacità con cui il circo sta evolvendo in tutte le direzioni e sorprendente, e l’esperienza della tenda, seppure con diversi presupposti resta centrale negli sviluppi del circo che sarà. Coerentemente con la sua storia il circo è cambiato e continuerà a farlo plasmandosi sulla cultura di cui è espressione.

A cura di Salvatore Arnieri

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