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EDOARDO VASSALLO RACCONTA LA STORIA DEL CIRCO ROLLER DI VIENNA (Video)

EDOARDO VASSALLO RACCONTA LA STORIA DEL CIRCO ROLLER DI VIENNA

Il Circo Italiano ha sempre trovato la sua forza nel tessuto delle famiglie, e ancora oggi, a differenza di molti paesi europei in cui il circo classico ha visto la chiusura di molti complessi storici, nel nostro Paese sono le famiglie a tenere in vita la tradizione circense. Una famiglia tra le più rappresentativa è la famiglia Vassallo presente nel mondo del circo sin dagli inizi del Novecento grazie a Salvatore, attore napoletano dedito a impersonare la maschera di Pulcinella in spettacoli in strada. Entrerà nel circo unendosi all’acrobata Raffaella Cicogna con la quale darà vita a una famiglia molto prolifica e numerosa che oggi è giunta alla quinta generazione. Ci facciamo raccontare la storia della famiglia Vassallo da Edoardo (1941), titolare del Circo Rony Roller, che oggi ha 84 anni e ha vissuto l’evoluzione del circo della propria famiglia.


IL CIRCO ROLLER DI VIENNA
anni 1983-1989
(Video Mauro Cantoro)

Lasciamo la parola a Edoardo Vassallo che è un fiume in piena tra ricordi e aneddoti:

Il Circo Vassallo risale almeno a 3 o 4 generazioni. Mio nonno si chiamava Salvatore Vassallo, era un teatrante, impersonava il personaggio più importante di Pulcinella. Quando è scoppiata la prima Guerra Mondiale si trovava a Napoli a lavorare e molte famiglie italiane che si trovavano all’estero a lavorare vennero rimpatriate. Tra di loro anche le famiglie Belley e Zacchini che sbarcate a Napoli si imbatterono nel Teatro dell’Arte di Pulcinella, il teatro viaggiante di mio nonno; per cercare di guadagnare qualche soldo si proposero a mio nonno con i loro numeri. Ne nacque un sodalizio fortunato che è durato fino alla seconda Guerra Mondiale. Nel frattempo mio nonno è deceduto e i suoi figli man mano sono entrati a far parte della compagnia Belley e Zacchini, il teatro viaggiante, proponendo numeri di attrazione era diventato sempre più un circo, e con la scomparsa del capocomico (Pulcinella appunto) i Fratelli Vassalli sono diventati tutti dei validi artisti generici. Era il “Circo Fratelli Vassallo” e oltre a mio padre c’erano i suoi fratelli Enrico, Giuseppe e Giovanni. Questo è durato appunto fino al secondo conflitto mondiale quando a Pergola (in provincia di Pesaro) i tedeschi misero una bomba sotto al carro che trasportava il circo. La compagnia si disgregò, ognuno cercò lavoro dove trovava. I Belley e gli Zacchini se ne andarono, i fratelli Vassallo andarono ognuno per conto proprio. Mio padre Francesco, che smesso il ruolo da acrobata aveva iniziato a fare il clown (col nome di “Ciccillo”), rimase a Pergola arrangiandosi come poteva, posteggiando, facendo spettacoli nelle piazze, per mantenere la famiglia avendo peraltro già diversi figli. Ciccillo era bravo, suscitava simpatia e con i primi guadagni di quel periodo aprì un piccolo negozio di stoffe. Mio nonno raccontava che a Pergola cadde una sola bomba… e colpì proprio il suo negozio! Così dovette tornare a lavorare nelle piazze e soprattutto a esibirsi per i tedeschi, visto che i paesi erano tutti occupati.

C’è un episodio di questo periodo che hai sentito raccontare da tuo papà?

Si, in quel periodo mio papà era conosciuto dai soldati tedeschi per via delle sue esibizioni. La sua simpatia aveva fatto breccia nella durezza di questi giovani militari. Lui avrà avuto già una quarantina d’anni, loro erano molto giovani e lo chiamavano Papà Ciccillo. Quando il negozio venne bombardato continuò a vendere le sue stoffe girando in bicicletta nelle campagne per portare la sua merce a chi poteva averne bisogno e un giorno finì in un rastrellamento. Allora tutti erano abbastanza consapevoli che dai rastrellamenti non si tornava indietro. Si trovò su un camion insieme a tanti altri poveracci terrorizzati da quello che poteva capitargli. Due giovani lo riconobbero “Tu sei Papà Ciccillo?” e quando lui annuì gli dissero “Quando camion fa curva, tu buttare giù da camion”. Quando il camion curvò, gli lanciarono un’occhiata per dargli il segnale, lui rimase dubbioso, poi prese il coraggio a due mani e saltò giù dal camion e iniziò a scappare. A quel punto i due tedeschi che controllavano i prigionieri iniziarono a sparare col mitra, ma senza colpirlo. Sostanzialmente, questi due tedeschi in cambio del divertimento ricevuto, hanno regalato la vita a un padre di famiglia.

Francesco Vassallo in arte il clown Ciccillo

Tornato a Pergola mio padre volle riaprire il negozio, non poteva continuare a fare il comico nella stessa città. Finchè un giorno arrivò il Circo Falorni, un complesso piuttosto importante per l’epoca, diretto da Emilio Falorni, a cui mancava il clown. Sapendo delle doti di mio papà chiesero a Ciccillo di tornare a fare il comico in occasione della piazza di Pesaro. Tra circensi la regola è che non si può dire di no a un collega in difficoltà. Così mio padre accettò. Piacque talmente ai Falorni che gli offrirono una buona scrittura e d’accordo con mia mamma tornò al Circo. Nel frattempo la famiglia è cresciuta ed è nato il desiderio di avere un circo proprio con i figli che nel frattempo erano cresciuti: sette figli, discreti artisti, in grado di fare molte cose, era una ottima base per aprire un circo nostro.

Negli anni Cinquanta l’avvento della televisione si fece sentire sugli incassi del circo, intanto la famiglia si era ingrandita e ognuno dei fratelli ha deciso di seguire una propria strada, chiudendo il Circo Fratelli Vassallo. E’ in quel periodo che è nato il circo nostro, gestito da mio papà con i miei fratelli Lucia Raffaella (1931), Salvatore (1933-2023), Eugenio (1938-2014), Clara (1943), Riccardo (1947) e Walter (1948) i e tutti i nostri figli, fino alla separazione che ha portato ciascuno di noi alla direzione di un proprio complesso o a intraprendere percorsi artistici individuali.

Edoardo e Clara Vassallo

Ci sono stati altri complessi legati alla famiglia Vassallo?

La famiglia dello zio Giuseppe “Peppino” per tanti anni ha lavorato con i propri numeri di sbarre e scale scritturati nei più importanti circhi europei finchè alla fine degli anni Settanta ha dato vita al Circo Rudy Brothers che si è poi stabilizzato in Spagna. Era noto come il circo di Furia, perché avevano preso come richiamo un cavallo addestrato che ricordava “Furia cavallo del west” (allora molto popolare per via dei telefilm in onda alla tv); il loro circo con i figli Claudio, Walter e Daris è durato tanti anni, poi hanno aperto “La mostra dei cani” e ora diversi di loro si sono fermati ed è rimasta Romy, figlia di Rudy Vassallo, che tiene l’insegna Circo Espana; poi c’è il ramo di Enrico Vassallo che aprì in Olanda il proprio Circo Holiday che non andò bene, per cui si trasferì nella compagnia del Circo Toni Boltini, il più grande circo che tra gli anni Sessanta e Settanta c’era in Olanda.

La Troupe dei Fratelli Vassallo

Siete una famiglia di direttori, ma avete fatto anche gli artisti?

Avendo avuto sempre il circo di famiglia, abbiamo fatto gli artisti solo per 3 anni quando si è sciolto il circo dei vecchi fratelli Vassallo. Nella seconda metà degli anni Cinquanta (indicativamente tra il 1958 e il 1961) siamo andati a lavorare per il Circo di Dola (il celebre domatore ispanico/slavo), che agiva in Italia come Circo España. Quando sei in un circo di famiglia devi fare tutto, quando vai a fare l’artista devi saperti specializzare, presentando al massimo 2 o 3 attrazioni di buon livello.

Salvatore, Eugenio ed Edoardo Vassallo alle scale negli anni Cinquanta al Circo Espana di Dola

Proponevamo il numero di pertiche con tutti e sei (mia sorella Lucia Raffaella intanto si era sposata e aprì con suo marito Alberto Pellegrini il circo che avrebbe poi preso il nome di Circo Harris) poi il numero di scale sui piedi (numero tradizionale sia della famiglia Vassallo che della famiglia Perris, io ho sposato appunto Annamaria Perris). Noi Vassallo abbiamo inserito nelle scale sui piedi un esercizio di novità che abbiamo inventato noi. E poi il numero del trapezio washington che ho fatto io sin da quando avevo 14 anni e che poi ho proposto con mia moglie e che successivamente anche mia figlia Daniela ha riportato in pista quando aveva 10 anni o meno. Mio fratello Eugenio era anche un bravo giocoliere.  

Eugenio giocoliere negli anni Cinquanta

Nel circo di Dola ogni tanto qualche artista si infortunava e noi dovevamo sostituirlo. Gli altri artisti si stupivano perché sapevamo fare tutto. Avendo sempre avuto il circo di proprietà, ognuno aveva il proprio numero, poi avevamo i numeri di troupe in famiglia. Quindi eravamo polivalenti.

Che ricordi hai dell’inizio del vostro circo?

Quando abbiamo aperto il primo circo avevamo una tenda da 27 metri, con pista grande e cupola alta. Poi, quando mio fratello Eugenio è partito per il servizio militare, intorno al 1956, abbiamo avuto un momento di crisi e abbiamo fatto un circo piccolo di 22 metri, e la cupola era alta 8 metri. Sembrava un imbuto, lo abbiamo tenuto solo sei mesi e lo abbiamo cambiato subito.

Edoardo apre una interessante parentesi sugli chapiteau dell’epoca e ci fa capire che pionieri sono stati i circensi nostrani negli anni Cinquanta…

Quando mio nonno aprì il primo circo insieme alle famiglie Belley e Zacchini, costruirono lo chapiteau usando le tende dei lenzuoli bianchi di canapa (si chiamava la 3x) che una volta cuciti si impermeabilizzavano con grasso di maiale, cera di candele avute dal parroco del paese e verderame, per non farle ammuffire e renderli impermeabili. Il problema era che in quel modo la tela cedeva o restringeva a seconda del caldo o del freddo, che fosse pomeriggio o sera, e quindi bisognava sempre tirarlo e adattarlo alle condizioni esterne. E in più il grasso animale e la cera sporcava le magliette. Questi chapiteau ce li facevamo in casa, cuciti a mano dalle nostre donne, quando il circo era ancora in mano a mio padre. L’ultimo chapiteau che abbiamo fatto in casa è stato con Francesco Forgione, eravamo a Brindisi, un temporale portò via lo chapiteau di tela che avevamo fatto dalla ditta Troisi; per non perdere le feste Francesco (aveva sei figlie femmine e quattro maschi) comprò questa famosa tela e ha collaborato a costruirla. Avevamo una sola macchina da cucire e ci davamo il turno con due persone: uno che pedalava e cuciva e l’altro che tirava. Allora tutti sapevano farsi gli chapiteau in casa.

Vi considerate del Nord o del Sud?

Il nostro circo è nato come circo meridionale, ma siamo cresciuti soprattutto nelle regioni del centro e del nord Italia. Io sono nato in Toscana, anche se mi sento meridionale, napoletano per la precisione, come del resto era napoletano mio padre. Nel meridione allora era difficile fare il circo, il pubblico non era educato, le risse per entrare senza pagare erano frequenti, i cavalli erano a rischio e quando mio padre con i suoi fratelli si sono stancati di quelle situazioni si sono spostati verso nord. Ecco perché io e diversi miei fratelli e i miei cugini sono nati in centro Italia.

Come sono stati i vostri inizi da direttori?

Quando siamo partiti con il circo nostro, insieme ai miei fratelli, non è stato facile. Era il 1957, eravamo appena rientrati da Malta dove eravamo stati con il Circo Pellegrini. Abbiamo aperto a Jesi nelle Marche che erano un po’ le nostre zone preferite, ma non c’erano le tecnologie e le comodità di oggi, non avevamo i riscaldamenti e d’inverno faceva freddo, così abbiamo pensato di andare verso il Sud, in Puglia dove il clima è più mite. Ma di nuovo ci siamo imbattuti in risse e problemi e da Orta Nova siamo andati vicino Roma. Non siamo riusciti a debuttare, non è venuto nessuno. Il giorno successivo uguale. Così ci siamo spinti ancora più a Nord, prima in Toscana, poi in Liguria. Nella seconda metà degli anni Sessanta nonostante avessimo un buono spettacolo, anche molto buono per il nostro livello, faticavamo, non ingranavamo, era dura, periodi davvero neri, sembrava che la fortuna ci avesse voltato le spalle. A Sarzana avevamo un signor spettacolo, con la famiglia Zamperla con gli 8 leoni di Bianco e le piramidi equestri con tutti i ragazzi; c’era la famiglia di mia moglie, I Perris, alle pertiche e diversi altri numeri tra cui la comicità di mio fratello Walter che era già un clown eccellente… e non riuscivamo a debuttare. Siamo arrivati a Cogoleto eravamo quasi allo stremo delle nostre forze. E lì si presentò l’impresario spagnolo Silvestrini, voleva vedere lo spettacolo. Pur di riempire il circo e fargli vedere lo spettacolo al meglio, distribuimmo biglietti gratis, e non vennero neanche così. Ma lo spettacolo gli piacque al punto che scritturò l’intera compagnia. Silvestrini andò da mio fratello Salvatore e gli disse “Ditemi quanto volete per l’intero spettacolo, senza togliere nessun numero. Io metto lo chapiteau, voi dovete mettere lo spettacolo e i camion”. Allora si pagava 100 lire un biglietto e quando si faceva un’esaurita si arrivava a incassare 130.000 lire…erano esaurite che in quel momento ci sognavamo! A Salvatore scappò di dire “Vogliamo 120.000 lire!” e si morse la lingua subito dopo pensando di aver sparato una cifra astronomica. Silvestrini accettò subito, come se si fosse aspettato una cifra molto maggiore. Allora Salvatore precisò che non erano inclusi gli artisti che aveva in compagnia, e che quella cifra era solo per la famiglia e il materiale. Alla fine Silvestrini accettò tutte le condizioni. Così andammo in Spagna, nella stagione 1969, per 9 mesi. Il nome che ci propose Silvestrini era Circo Milan (perché in Spagna piaceva l’idea del circo italiano).

Programma del Circo Milan in Spagna con la famiglie Vassallo, Perris e Zamperla nel 1969

Lavoravamo 30 giorni su 30. In 9 mesi avremmo perso 2 o 3 giorni. A 120.000 lire al giorno. E lì ci siamo arricchiti. Silvestrini ci avrebbe voluto far fare un’altra stagione, ma non abbiamo accettato perché il lavoro anche se molto remunerativo era massacrante: viaggi lunghi, strade brutte, due o tre spettacoli al giorno, molto caldo; io viaggiavo per ultimo perché avendo portato un camion in meno, viaggiavo con due rimorchi, su strade che talvolta erano poco più che mulattiere.

1969. Manifesto del Circo Milan in Spagna con le pertiche dei Perris-Vassallo e i leoni di Bianco Zamperla

Quando siamo tornati in Italia, il circo che non ci eravamo portati con noi, l’abbiamo lasciato in magazzino e abbiamo fatto lo chapiteau e tutto il materiale nuovo. Dopo la Spagna avevamo i soldi. Al rientro della Spagna abbiamo ripetuto tutte le piazze in Liguria e poi in Toscana che avevamo provato a fare prima di uscire senza riuscire neanche a debuttare, con un successo incredibile. Non ci spiegavamo cosa fosse cambiato. Eppure fu così. Abbiamo fatto uno dei migliori inverni mai fatti fino a quel momento. Qualcosa era cambiato, qualcosa si era invertito. Sarzana, La Spezia, una piena dopo l’altra. A Scandicci si è allagato il circo… abbiamo lavorato ugualmente con il circo allagato. Il pubblico avrebbe fatto a botte pur di entrare, nonostante l’allagamento. Evidentemente…è proprio vero che i soldi portano soldi!

Entrata comica con i fratelli Eugenio, Edoardo, Riccardo e Walter Vassallo con al centro il cognato Gaetano Montico

Come nasce l’insegna storica Circo Roller di Vienna che negli anni Settanta e Ottanta ha percorso tutto il nostro paese, estero compreso?

Come ti dicevo se negli anni Cinquanta si era soliti usare il proprio cognome, dagli anni Sessanta i complessi medi erano soliti utilizzare insegne esotiche ed evocative. Noi abbiamo usato tra i vari nomi anche Circo di Milano e Circo Europa fino ad arrivare al nome che ci soddisfaceva maggiormente: Circo Roller perché suonava bene, incontrava l’esterofilia del tempo. Quando dopo la Spagna siamo arrivati in Alto Adige ci siamo accorti che in quella regione gli italiani non erano molto ben visti, per ragioni storiche. Eravamo dietro Merano, ai confini col Sud Tirol, portavamo l’insegna Circo di Milano, e siccome da quelle parti gli italiani non erano amati, ogni giorno si verificava una litigata. Mi sono messo a pensare a un nome che richiamasse l’estero, che fosse corto, conciso, efficace… pensavo… Teller… Weller…Muller… finchè mi è venuto in mente Roller che in inglese richiama il movimento, la circolarità.

Il Circo Roller in Alto Adige nei primi anni Settanta

Con quel nome nessuno ci ha più disturbato. Ripetevamo per anni le stesse zone, tornando ogni due o tre anni in Alto Adige; la tournée successiva abbiamo deciso di aggiungere all’insegna “Circo di Vienna” perché avevamo degli artisti austriaci e tedeschi; sullo chapiteau mettevamo le bandiere austriache. Il nome “Circo Roller di Vienna” era azzeccato e lo abbiamo tenuto davvero per anni. Per gratificare mio padre Francesco, avevamo coniato anche il nome di fantasia Franz Roller “Franz Roller presenta il Circo di Vienna”. E lui ci chiedeva.. “ma chi è questo Franz?”… era lui!

Locandina del Circo Roller di Vienna del 1976 (Locandina Jovan Andric)

Per dare maggiore credibilità agli occhi del pubblico, durante le frequenti permanenze estive in Alto Adige i Vassallo fanno l’“invito” in tedesco e presentano lo spettacolo nella stessa lingua anche grazie alla presenza in compagnia di Walter Stifter, segretario-tutto-fare di nazionalità tedesca artefice di quella lunga permanenza in quella regione. Anche nell’accogliere il pubblico, accompagnarlo al posto, nel porgere il cuscino (pratica allora in voga in tanti circhi) tutti avevano imparato qualche formula in tedesco. I valligiani apprezzano questa attenzione e accorrono numerosi al Circo Roller di Vienna che diventa popolare da quelle parti al punto da tornare per diverse stagioni consecutive.

Una precisazione poco nota. Fino al 1972 l’insegna Vienna Circus era utilizzata da Gaetano Montico (cognato di Edoardo Vassallo, avendone sposato la sorella Clara), ma quando ricevette l’invito ad effettuare una tournée in Turchia, lasciò i manifesti e l’insegna ai cognati.

Alto Adige, ma anche tanta Grecia

Dopo la lunga parentesi in Alto Adige, negli anni Ottanta iniziò la consuetudine dei circhi italiani di trasferirsi in Grecia nei mesi estivi. Vennero a trovarci gli impresari greci e il nostro circo fu uno dei primi a iniziare l’esodo. Dopo la Spagna abbiamo iniziato a lavorare forte in Italia e io personalmente non ero molto entusiasta di andare in Grecia, anche perché andavamo sotto impresa, l’agenzia che ci portava organizzava il tour ma non sapevano fare il circo: ci costringevano a fare grandi salti, viaggi scomodi e lunghi su strade talvolta malconce.

Manifesto del Circo Roma (Vassallo) in Grecia dedicato all’impresario e illusionista Maik Lamar

Più avanti abbiamo fatto noi gli itinerari e davamo una percentuale all’agenzia per usare la loro licenza, ma in quel modo riuscivamo a fare il circo all’italiana. Ci trovammo bene e siccome vi tornavamo tutti gli anni (siamo stati in Grecia per circa sei stagioni consecutive), dovevamo andare con una insegna diversa per non far capire al pubblico che eravamo sempre noi.

Locandina del Circo Roller di Vienna in Grecia (1982 circa)

Nel 1981 eravamo a Creta come Circo di Vienna, e quell’anno ci fu una partita di calcio tra Grecia e Germania o Austria; pensavano che fossimo tedeschi anche noi, e loro non potevano vedere i tedeschi; nella località di Ierapetra abbiamo dovuto smontare sotto una grandinata di sassi. Così l’anno dopo siamo tornati come Circo Italiano: tutti i mezzi erano tricolori e abbiamo lavorato da dio, accolti con grande affetto perché gli italiani sono sempre stati molto benvenuti in Grecia. E lo abbiamo usato per diversi anni.

Manifesto del Circo Roma dei fratelli Vassallo in Grecia (1984 circa)

Poi siamo tornati come Circo Roma, come Circo Colosseo e probabilmente con altri nomi ancora. Siamo stati in Grecia per tanti anni, dal 1981 al 1986 circa. Abbiamo imparato la lingua e ci siamo ambientati bene. Poi Eugenio è rimasto in Grecia come Circo Colosseo, il primo anno in società col suocero Bianco Zamperla e anche quando è rimasto da solo, ha trascorso molti anni in quel paese.

Il Circo Roller di Vienna a Pesaro nel 1982 (Foto Filippo Riminucci)

Una caratteristica dei vostri circhi è sempre stata la ricchezza del parco animali

Mio padre dopo la guerra si è ammalato, ha tribolato tanto, ha trascorso tanti anni in ospedale. Ci ha fatto da padre mio fratello maggiore Salvatore; lui aveva capito l’importanza degli animali, aveva la mentalità imprenditoriale. Mio padre voleva che prendessimo i cavalli, ma quelli li avevano un po’ tutti, mentre i leoni li avevano in pochi. Togni negli anni del dopo Guerra era il circo che lavorava più di tutti e aveva tanti animali. E allora Salvatore pensò che dovessimo imitare quel modello.

Nei circhi della nostra portata siamo stati tra i primi ad avere i leoni e a portarli in paesi dove non li avevano mai visti. Una volta a Matelica nelle Marche, che allora era un paesetto, ora è una città, scappò un leone e una signora che aveva le borse della spesa, mentre camminava venne raggiunta dal leone, una bestia che non aveva mai visto, la signora urlò “chiamate il cane, portatemelo via!”. Una scena surreale, non aveva capito che fosse un leone, lo aveva scambiato per un grosso cane, e fu una vicenda talmente buffa che finì sulla copertina della Domenica del Corriere o di Grand Hotel, non ricordo… In altro paese in Abruzzo videro la Bona e rimasero impressionati “Guarda! E’ grande come un elefante!” E certo… era un elefante… ma dal vivo non ne avevano mai visto uno!

Circo Roller di Vienna negli anni Settanta (Foto Manuel Roncallia)

Da dove arrivavano questi animali?

I primi cuccioli di leone ce li diede Bianco Zamperla all’inizio degli anni Sessanta. Ci ha insegnato anche ad addestrarli e tutti i segreti del mestiere. Bianco è stato davvero un grande, un vero domatore, in grado di lavorare anche con leoni difficili: riusciva a fare loro di tutto. Aveva un carisma eccezionale, in Spagna riscosse un successo enorme, faceva urlare il pubblico e qualche volta la gente scappava fuori dal circo dalla paura. Abbiamo avuto tre leoni, poi abbiamo aggiunto due tigri arrivando ad essere uno dei primi circhi medi ad avere un numero misto di grandi felini.

Bianco Zamperla negli anni Sessanta (Foto Collezione Dario Duranti)

Poi abbiamo preso l’elefante, anche in quel caso siamo stati tra i primi. Il primo dei circhi minori a dotarsi di un elefante è stato Oscar Pivetta. Poi noi. Nei primi anni Settanta abbiamo preso l’elefantessa Pepsi da Molinar dello zoo di Torino. Mio fratello l’ha tenuta fino a metà degli anni Novanta quando verrà rilevata definitivamente dal circo di Bimbo Martini dove morirà nel 2002.

Due dei numeri più ricorrenti dei vostri spettacoli sono stati la bilancia con la moto e le fontane danzanti

Il numero della moto era un riempimento, rumoroso e ingombrante che riempiva tutta la pista, non era un numero di abilità. Bastava avere l’attrezzatura e si montava in fretta. Ma faceva scena, aveva una buona presa sul pubblico. Le fontane invece sono state davvero una grande trovata, soprattutto per la Grecia. Uno degli impresari greci ricordava di aver visto da bambino Orlando Orfei e mi chiese se era possibile portarle in Grecia. Gli risposi che dipendeva dall’itinerario che ci avrebbe fatto fare. Se ci avesse garantito città importanti, mi sarei attivato per trovare le fontane. Mi disse che se avessimo portato le fontane ci avrebbe fatto trascorrere tutto l’inverno ad Atene. Voleva dire non rientrare in Italia per Natale. Poteva valerne la pena. Provai a chiedere a Massimo Orfei che le aveva, ma mi chiese troppo. Le feci fare alla ditta Neon Alpina Fontane di Cento di Ferrara, Marvelli costruì la vasca, mentre il rimorchio lo realizzò Balboni. Sono servite per la stagione in Grecia 1982.

Il colmo è che come artisti ci eravamo sbizzarriti per presentare tante discipline diverse, anche difficili o rischiose, ma quando arrivammo in Grecia con le fontane, il pubblico mi chiedeva gli autografi per quelle… era il colmo! Avevamo fatto il manifesto dedicato alle fontane, in pista venivo chiamato Maestro Edoardo Mancini. Non avendo mai visto quell’attrazione, il pubblico greco mi percepiva come una star. Molto più di quando da giovane realizzavo evoluzioni davvero difficili o spettacolari. Chiudevamo lo spettacolo con le fontane. Sono caduto tante volte dalle pertiche, mi sono slogato le caviglie con lo charivari acrobatico, son caduto dal bambù, nessuno si è mai alzato in piedi per quelle evoluzioni. Invece per le fontane volevano persino l’autografo…!

Il Circo Roller di Vienna ad Acireale (CT) nel 1988 – Foto Alfredo Lizio

Il Circo Roller di Vienna con i fratelli Vassallo tutti insieme dura per oltre quindici anni. Ma quando la famiglia si ingrandisce è inevitabile una divisione in diversi complessi, come racconta lo stesso Edoardo.

Il Circo Roller di Vienna ad Acireale (CT) nel 1988 – Foto Alfredo Lizio

Ci siamo divisi nell’ottobre del 1989. Ci trovavamo in Sicilia, lo spettacolo era molto forte, le nostre famiglie erano cresciute e avevamo una notevole forza di famiglia. Eravamo 42 persone in compagnia. Allora le città erano appannaggio dei grandi circhi: non si poteva fare il circo grande in paesi medi, se non correndo il rischio di fallire. Così giungemmo alla decisione di separarci. Tra i motivi che ci hanno portato a dividerci c’era anche il fatto che io non volevo più tornare in Grecia, mentre i miei fratelli erano favorevoli. L’ultima piazza tutti insieme fu Partinico a ottobre 1989, dove si sposò mia figlia Daniela.

Partinico in Sicilia, ultima piazza del Circo Roller di Vienna a ottobre 1989 (Loc. Jovan Adric)

Con noi c’erano ancora la famiglia di Salvatore, mio fratello Riccardo (con sua moglie Giada), che mandava le tigri e l’elefante. E Walter che si occupava della comicità. Quando noi fratelli ci siamo divisi, ognuno ha scelto un nome per il proprio complesso. Salvatore, il maggiore di noi, ha tenuto per sé “Circo di Vienna”, io ho tenuto “Roller” aggiungendo successivamente il nome di mio figlio Rony. Mentre Eugenio che era già per conto suo usava Colosseo o Coliseum da quando aveva aperto in società con la famiglia di Bianco Zamperla nel 1986. Poi Roma, o Coliseum Roma fino all’attuale Sandra Orfei.

NASCE IL CIRCO RONY ROLLER

Nel 1989, quando i fratelli si divisero, la ripartenza in autonomia avvenne per gradi. La famiglia di Edoardo Vassallo agì per un anno in società con la famiglia di Achille Perris (Circo Busk e Circo Perris). L’anno successivo strinse società con la famiglia di Franca Rossi ed Ermes Caroli (Circo Krones) fino al 1991.

Nel frattempo Salvatore Vassallo aveva raggiunto in Grecia il fratello Eugenio che si era diviso dal suocero Bianco Zamperla. Edoardo tenne una parte del materiale del Circo Roller di Vienna tra cui il carro biglietteria (quello con il passaggio centrale, in uso fino al 2018, poi sostituita dall’attuale biglietteria del Circo di Guido Errani). Salvatore tenne lo chapiteau tricolore (bianco/rosso/arancione). Mentre Riccardo tenne l’elefante, gli animali feroci e gli esotici con cui andò scritturato al circo di Romolo Bimbo Martini.

ll primo chapiteau del Circo Rony Roller a Fiumicino (RM) intorno al 1993. Foto D. Duranti

Il Circo Rony Roller della sola famiglia di Edoardo nacque a Calitri (NA) il 18 maggio 1991. Il Circo Rony Roller dopo la divisione utilizzò uno chapiteau blu a 4 antenne e cupola all’italiana fin verso al 1999 circa. Dal 2000 al 2014 circa si dota di uno chapiteau 32×38 a 4 antenne e 8 contropali a righe orizzontali bianco-rosse, preceduto da una hall di 15x30m. Mentre a fine novembre 2014 viene inaugurato a Orta di Atella (CE) l’attuale chapiteau sempre bianco-rosso, ma con le righe a raggiera che si incontrano nel punto di contatto degli 8 contropali.

Tra le attrazioni un bell’esemplare di bisonte e un grosso ippopotamo, entrambi protagonisti dei primi manifesti del circo Rony Roller. Talvolta facevano parte dello spettacolo anche la famiglia di Riccardo con i grandi felini e l’elefantessa Pepsi. Edoardo si doterà successivamente di un altro pachiderma, rilevando l’elefantessa Bona dal Circo Lidia Togni che rimarrà al Circo Rony Roller fino al 2016 circa.

Rony con le due giraffe Ruslan & Jenny nel 2009 (Foto Vincenzo Pellino)

Sotto lo chapiteau di Edoardo Vassallo inoltre passeranno ben 4 giraffe (tra cui due, Rusman & Jenny, arrivate insieme ad Afragola nel 2009) e altri due ippopotami. Tra le collaborazioni, tra il 1992 e il 1993 quella con Donna & Nelly Orfei; dal 2000 al 2002 quella con Rinaldo Orfei e dal 2021 a oggi quella con Stefano Orfei.

Dall’unione tra Edoardo Vassallo e Annamaria Perris sono nati Daniela, Albertino e Rony che hanno raccolto le redini del complesso di famiglia e a cui spetta oggi il compito di trasmettere la passione e le tecniche che hanno contribuito a rendere il circo della famiglia Vassallo uno dei più amati.

A cura di Dario Duranti
Con la preziosa collaborazione di Mauro Cantoro e Andrea Tamburrini
Video Collezione privata Mauro Cantoro
Un ringraziamento a Ramon Bech

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