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Stampa: Artisti del circo nell’inferno di Ben Ali

Artisti del circo nell’inferno di Ben Ali


LA STORIA. Tappa nel veronese, ad Albarè, per il «Bellucci-Orfei», in gennaio assediato dai rivoltosi durante gli scontri scoppiati a Sfax: «Credevamo di non farcela». Bellucci: «L’ex presidente tunisino ci invitava spesso nel suo Paese Con la crisi lavoriamo all’estero, in Italia non sono più i tempi d’oro»

È ad Albarè il circo finito suo malgrado sotto i riflettori nazionali, perché rimasto sotto l’assedio dei rivoltosi a Sfax durante gli scontri scoppiati in gennaio in Tunisia che hanno causato la fuga del contestato presidente Ben Ali. Giorni d’inferno, durante i quali gli artisti hanno avuto davvero paura. Loro, che la vita la rischiano ogni giorno lavorando con tigri e serpenti, piroettando su fili tesi nel vuoto o facendosi sparare col cannone a cento chilometri all’ora, questa volta hanno pensato di non farcela.

LA RIVOLTA. «Attorno alle roulotte, che avevamo avvicinato il più possibile per creare una sorta di barricata, succedeva di tutto», racconta Attilio Bellucci, 43 anni, condirettore del circo Bellucci-Orfei che resterà ad Albarè fino a domani. «Ci siamo trovati al centro delle violenze, tra gas lacrimogeni che non ci facevano respirare, auto incendiate, saccheggi, spari e pestaggi».

TRE MORTI. «Una mattina», prosegue, «abbiamo trovato tre morti davanti al cancello del circo. La polizia ci ha abbandonati quasi subito, così abbiamo attivato turni di guardia per cercare di proteggerci. La Farnesina e l’ ambasciata italiana ci sono state vicine: ci chiamavano ogni ora per chiederci come andava, ma non riuscivamo a rimpatriare». Il problema non è stato solo difendersi dalle violenze, ma anche procurarsi acqua e cibo. «Abbiamo tirato avanti razionando gli spaghetti che avevamo portato dall’Italia», continua Bellucci, «ma per gli animali la questione era più grave. Basti pensare che una tigre mangia in media venti chili di carne al giorno».

Così artisti e operai per non perdere gli animali hanno deciso di uscire dal circo per comprare fieno e carne. «Siamo partiti con quattro auto e un camper, caricando quanti più uomini potevamo. Ci è andata bene, abbiamo trovato quello che cercavamo, ma non è stata una passeggiata. Per fortuna dopo qualche giorno dall’Italia ci hanno mandato una nave della Tirrenia che ci ha riportati in patria, dopo una sosta di altri tre giorni al porto voluta dalle autorità locali per chissà quali motivi, insieme al personale di due luna park italiani e ad altri connazionali che erano stati aggrediti per strada. Adesso c’ è un altro circo Bellucci nei guai: è in Siria e si è rifugiato in una città cristiana per essere protetto».

ALL’ESTERO PER LA CRISI. Mentre parliamo col direttore, sotto il tendone è in corso lo spettacolo del pomeriggio. Si sentono la musica e lo speaker che preannuncia le imprese di ogni artista. Gente ce n’è, considerando gli applausi. «Ma non è più come ai tempi d’oro», commenta Bellucci. «Negli anni ‘ 60, ’70 e ’80 i circhi facevano faville. Adesso la crisi si fa sentire e così cerchiamo di tenere i prezzi bassi e spesso andiamo all’estero, in Marocco, Spagna, Grecia, Malta, ex Jugoslavia, Turchia. Ben Ali, l’ex presidente tunisino, ci invitava spesso a esibirci nel suo Paese, perché là circhi non ce ne sono. Comunque, nonostante tutte le difficoltà, questo lavoro è bellissimo, non rinuncerei mai. Abbiamo settanta dipendenti, tra i quali una trentina di artisti. Il nostro è uno dei circhi più grandi d’Italia». Davanti a noi le gabbie delle tigri. Dietro, libere nell’erba, tre anatre bianche. «Sono di mio figlio Armando», spiega Bellucci, «ha cinque anni e vuole fare il domatore. Di pinguini», aggiunge scettico, «ha visto troppe volte il cartone animato Madagascar». Pinguini nel suo circo non ce ne sono. In compenso vivono cavalli, lama, zebre, coccodrilli, serpenti, dromedari, mucche scozzesi, struzzi, un ippopotamo nano, oltre a quattro bellissimi esemplari di tigri, due delle quali albine. Nessuno però interessa per ora all’erede Bellucci.

ANIMALI E CRITICHE. Ma cosa pensa suo padre delle critiche rivolte ai circhi che fanno esibire gli animali? «Penso che da noi stiano bene, visto che si riproducono», risponde. «Ieri è nato un cucciolo di lama, abbiamo aiutato la madre a partorire. Ne sono nati altri negli anni scorsi, così come è nata una tigre, figlia delle due albine. Sfatiamo la leggenda che strappiamo gli animali dall’Africa. Non è così. O nascono nei circhi o li compriamo negli allevamenti. Guardi questa zebra», aggiunge avvicinandosi all’animale, «le sembra stia soffrendo»? Un animale trattato male ha paura, si allontana, questa invece viene a farsi coccolare, così come fanno i cavalli», continua spostandosi nel recinto vicino e accarezzando un paio delle otto criniere bianche. Nel frattempo le tigri vengono fatte uscire dalle gabbie e arrivare in pista attraverso un tunnel. Tocca a loro esibirsi. Bellucci si scusa, ma deve entrare in azione. «Assisto mio fratello durante l’esibizione. Con i cavalli si rischia un morso o un calcio, ma se le tigri attaccano è difficile salvarsi». Rimaniamo in compagnia delle mucche scozzesi, chiedendoci che tipo di utilizzo possano avere sotto i riflettori. Dopo una decina di minuti le due «gattone» albine tornano correndo nella gabbia, seguite dalle altre due «colleghe». Stressate non sembrano proprio. Sbadigliano e poi si accucciano tranquille. Bellucci riappare e riprende il discorso interrotto: «Io mi esibisco con i cavalli. Prima ero trapezista, poi pattinatore e adesso faccio l’ammaestratore. Con la pancia non si può più stare al trapezio, tutti dobbiamo cambiare tipo di esibizione invecchiando. Di solito si finisce per fare i clown. E’ impossibile pensare che il nostro uomo gomma possa fare simili contorsioni a quaranta- cinquant’anni. Dovrà per forza inventarsi un altro lavoro».

FLESSIBILITA’. È la parola d’ordine non solo per l’uomo gomma ma per chiunque lavori sotto il tendone. Fa eccezione l’uomo proiettile, lo spagnolo Harry Munoz. Figlio d’arte, si fa lanciare dal cannone da quando aveva 21 anni e non ha nessuna intenzione di «riciclarsi». Sua figlia Nuria fa l’acrobata. Esce dal tendone con un costume bianco senza maniche, sfidando il vento freddo di Albarè. Il suo fidanzato è giocoliere. «Ma non è detto che mariti e mogli degli artisti siano per forza circensi», riprende Bellucci, «mia moglie Laila ad esempio, che ho incontrato in un bar mentre eravamo in tournée in Marocco, non aveva mai avuto a che fare col circo. Ci siamo sposati, cinque anni fa abbiamo avuto nostro figlio e poi lei ha deciso che voleva fare un numero con serpenti e alligatori. Si è allenata e adesso si esibisce, ma l’ha deciso lei, io non l’ho spinta». Gli artisti vengono assunti a tempo determinato e ricevono uno stipendio mensile pre-concordato. Il direttore o i direttori, invece, in questo caso Attilio Bellucci, suo fratello Emidio, domatore di tigri, e Mario Orfei, ammaestratore di cavalli, fanno una sorta di «cassa comune». «La usiamo per pagare artisti e spese vive e quel che resta ce lo dividiamo», spiega Bellucci. Che aggiunge: «Il circo non è solo un lavoro, è una filosofia di vita che spesso incuriosisce. La Bbc ha girato un documenrario su di noi: siamo stati seguiti e ripresi per due mesi. Una volta però gli artisti stavano sempre insieme, il gruppo era compatto. Ora invece si cerca di cambiare tipi di esibizione per offrire spettacoli sempre nuovi».

GLI ARTISTI ANZIANI. Di solito se ne vanno, ma quando il tendone si alza nelle loro città vanno sempre a trovare gli ex colleghi. «Stanno male lontani dal circo», commenta Bellucci. E poi ci sono gli irriducibili, quelli che vogliono morire nella loro roulotte e anche se ormai sono vecchi restano con noi e ci seguono dappertutto». La nostalgia si fa sentire anche se è un lavoro faticoso. In media ci si sposta ogni 5 o 10 giorni. E ogni volta bisogna smontare e rimontare tutto. Per allestire il tendone, che può ospitare dai 500 ai mille spettatori, secondo come viene montato, servono 7-8 ore (tre per smantellarlo). «E poi ci sono le assicurazioni e i controlli dei mezzi di trasporto, i controlli veterinari, le vaccinazioni, i permessi di soggiorno per gli artisti, ormai quasi tutti stranieri, i documenti per far espatriare gli animali, ho tre faldoni enormi pieni di documenti».

Bellucci spera che il figlio segua le sue orme. «Questo circo dovrà resistere per altri cento anni», afferma, «poi potrà chiudere i battenti. Mi auguro che mio figlio si appassioni. Ciò non significa però che non debba studiare. Ogni volta che ci fermiamo in un paese o in una città mandiamo i bambini all’asilo o a scuola anche se solo per pochi giorni. Mio padre ha fatto studiare tutti i suoi figli. Io mi sono diplomato ragioniere tecnico commerciale al Luzzatti di Treviso dove studiavano anche i Benetton. Il problema è che ho sofferto moltissimo per la lontananza dai miei genitori. Le scuole medie e superiori le ho fatte restando in collegio, vedendo i miei una-due volte all’anno, visto che erano sempre in giro. Non voglio che mio figlio viva così. Gli insegnerò io quello che non riuscirà ad imparare frequentando le scuole nelle varie città».

Resta un’ultima domanda. Ma le mucche scozzesi che ruolo hanno nello spettacolo? «Coreografico», risponde Bellucci, «facciamo sdraiare dromedari e mucche, le zebre e i lama girano attorno a loro». Chiaro, un ruolo da ballerine. Come abbiamo fatto a non pensarci!

Oggi gli spettacoli saranno alle 16 e alle 18.30. Domani solo alle 17.30. Poi il circo raggiungerà Arco, quindi Rovereto e infine Bolzano.

 Chiara Taioli

Da www.larena.it del 02-05-11

03/05/2011 7.51.18

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