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SUELLEN SFORZI NUOVA AVVENTURA IN …..

Siamo tutti pagliacci

Intervista a Alex de la Iglesia

Maria & Elisa Marotta

Per un’ironia della sorte, è in uscita sugli schermi italiani il film di Alex de Iglesia, quel discusso film “La balata de la Trompeta” poi titolato “Ballata dell’odio e dell’amore” che alla 67. ma Mostra di Venezia suscitò critiche piuttosto feroci per il modo in cui la Spagna è vista come un circo e i personaggi sono orripilanti (non tutti). E l’Italia odierna, allora?

Il film

“Ballata dell’odio e dell’amore”  prende il titolo da una canzone “llorona” di Raphael, simbolo dell’epoca che ritrae decenni in cui la Spagna è rimasta immersa nel suo lato oscuro, sottomessa e manipolata fisicamente e psicologicamente, periodo di cui ancora si sentono gli effetti. In questa metafora politica sta la riuscita di una pellicola frenetica, che non lascia indifferenti: o la si ama o la si odia. Fra i tanti personaggi , spicca il pagliaccio che incanta i bambini con il suo talento, Sergio (Antonio de la Torre), un uomo capace di far felice i bambini e al contempo di spaventare con il suo carattere dispotico i suoi compagni di giro, sottomessi ai suoi capricci, abusi e scherzi di dubbio gusto. L’unico che non accetta questa tirannia ha il volto pallido del pagliaccio triste: Javier (Carlos Areces), un uomo segnato profondamente da un’infanzia traumatica, durante la quale suo padre, pagliaccio anche lui, ha sofferto le ingiustizie della guerra civile e le sue terribili conseguenze. Per questo, Javier cercherà vendetta attentando alla figura di questo mostro seduttore e tiranno, spinto dal sentimento d’attrazione che prova per l’acrobata Natalia (Carolina Bang), partner sessuale del sadico leader del circo. Lo spettacolo, la tragedia e il sadismo  sono alla grande, con tocchi di chiaroscura farsa grossolana, e un finale che riesce a elevare lo spettacolo sino a tensioni difficili da raggiungere dopo uno show tanto bizzarro, irregolare e scomposto come quello che Alex de la Iglesia offre a partire da un soggetto che ha scritto da solo . “Ballata dell’odio e dell’amore” è prodotto da Tornasol Films , Castafiore Films e La Fabrique 2 (Francia), con la partecipazione di Ciudad de la Luz, Generalitat Valenciana, TVE e Canal+Espana.

Tra i suoi ammiratori, lo stesso Quentin Tarantino, presidente della giuria che ha assegnato al film due premi – miglior regia e miglior sceneggiatura – all’ultima edizione del festival di Venezia. Tra i suoi detrattori, coloro che sottolineano l’arbitrarietà, la bizzarria e la mancanza di autocontrollo del regista di Bilbao, un cineasta dotato di grande immaginazione, sfrontatezza e talento, che dimostra con questo suo ultimo capriccio di non conoscere limiti, né senso della misura. Con tutto ciò, il grottesco è assicurato, così come il ritratto brutale di queste due Spagne che tuttoggi convivono, ancora e che in un certo senso, sono migliori dell’Italia dei nostri giorni.

Alex de la Iglesia che cos’è per lei, il suo film?:

Ballata dell’odio e dell’amore è la storia di due pagliacci, uno triste, l’altro stupido, giacché non vi è altra scelta nella vita: o sei triste, o sei stupido. Entrambi si innamorano follemente della trapezista e questo amore li porta a una lotta all’ultimo sangue che sfocia in tragedia, perché i loro sentimenti sono condizionati da un passato che genera in loro un senso di colpa, spingendoli verso l’ira e portandoli alla perdizione. Io mi sento così: abbiamo tutti un passato terribile che ci ha segnati e non è colpa nostra, ma lo portiamo scritto nei nostri geni. Bisogna sopravvivere al ricordo per superarlo bisogna mettere tutti i giocattoli sul tavolo e, rotti che siano, giocarci per esorcizzare i mostri. Una volta che ci siamo divertiti, dobbiamo pensare al perché ci spaventavano tanto. E’ questa la storia di Ballata dell’odio e dell’amore.

E’ rimasto traumatizzato dai pagliacci quando era piccolo?

I pagliacci sono un simbolo della condizione umana. Siamo tutti pagliacci: ci travestiamo per sopravvivere, nascondendo miserie e paure. Cerchiamo anche di essere sempre gradevoli, in maniera ossessiva: è questo il nostro modo di sopravvivere. C’è una violenza sotterranea continua, giorno per giorno, nello sguardo dei vicini, nei telegiornali, nei quotidiani… che ci obbliga a mascherarci. Perché ci spaventa dialogare, trovare un accordo, riconoscere quando si sbaglia. Per questo ci mascheriamo. E sì, da bambino mi portavano in luoghi sinistri a vedere il circo, che odorava di animali e dove scoprii che Spiderman era un pover’uomo che si travestiva: allora distinsi per la prima volta la realtà dalla finzione, ma mi divertivo lo stesso.

Quando ha scoperto che la Spagna era un circo?

In questo paese viviamo con un’intensità istrionica. In più, non siamo campioni di buon senso. Con il tempo, riconosciamo il talento della gente, ma abbiamo bisogno che la persona sia morta o sia all’estero. Quando Buñuel se n’è andato in Messico, abbiamo cominciato ad apprezzarlo. E questo ci succede non solo nella cultura, ma anche nel pensiero e nella scienza.

Ha cambiato stile con questo film, meno stilizzato e più selvaggio, quasi documentario.

Da www.lideale.info del 01/04/11

02/04/2011 14.50.52

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