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SU “GIOIA” INTERVISTA A WALTER NONES: Ho sposato una zingara

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Walter Nones: ho sposato una zingara

DUE CUORI E UN CARROZZONE

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Lei è la regina del circo, lui il figlio di un mobiliere. Lui ha studiato in convento, lei sa fare il malocchio. Lui ogni tanto ama andare in hotel, lei scappa da casa per tornare a dormire in carovana. Ed è gelosa, gelosissima, ma ha perdonato spesso. E la sera “si mette così tante creme antirughe che non puoi avvicinarti…”. Stanno insieme da 50 anni e lui l’ama ancora. Perché lei, “la Moira, non è mai domata”

di Federica Furino – foto Chico De Luigi
Da GIOIA n°44/2010

Se è vero che il marito è un lavoro a giornata piena, Walter Nones – uomo dalle molte virtù, domatore di leoni e sposo di Moira Orfei – ha diritto al titolo di Cavaliere più di chiunque altro al mondo. Per perseveranza, discrezione e dedizione. Lo merita quasi quanto il posto nel Regno dei Cieli che i quattro anni di lodi mattutine e messe quotidiane gli hanno garantito in qualità di giovane salesiano, insieme con l’indulgenza per gli eventuali peccati e peccatucci commessi in età adulta, più volte paventati (e perdonati) dalla consorte. Lungo e magro, cappotto blu, giacca e camicia, molti anni in meno di quelli che l’anagrafe gli attribuisce, sembra uscito da un film di Truffaut più che dal tendone del suo circo ma, al di là delle apparenze, è il più felliniano tra i personaggi dell’universo che lo circonda. Uno sempre in bilico tra due mondi: figlio di un “fermo” («chiamiamo così quelli che non arrivano dal circo») e una Medini («una dei 18 figli del mio nonno»), scampato per un pelo alla carriera monastica e diventato atleta, acrobata, ballerino di rivista con Rascel, Wanda Osiris e Carosone. E poi giocoliere, domatore di leoni e tigri, impresario di successo (ha importato Holiday on Ice, Il circo di Mosca, Il circo di Pechino). E, appunto, marito. Soprattutto marito. «Da cinquant’anni. Festeggiamo le nozze d’oro l’anno prossimo, nel 2011». Lo dice con la faccia un po’ incredula e un po’ compiaciuta, come uno che si sveglia e realizza di essere andato oltre le aspettative. Cinquant’anni insieme («Cinquantadue, se contiamo il fidanzamento»). Lui e lei, lei e lui, il salesiano e la zingara. Che sembrano l’incastro impossibile e invece funzionano come un numero perfetto: lo stesso da sempre, stessi ruoli, stessi costumi.
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Lo incontro a Cremona in una carovana-studio parcheggiata di fianco al tendone. All’entrata, sulla parete, una foto che ritrae lui e Moira vicino a Giovanni Paolo II. «Quando mi vedeva diceva: “Nones, sei ancora qui?”».
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Era di casa in Vaticano?
Ci ho portato anche gli animali. Ventisei cavalli, sette cammelli, i lama e otto elefanti in piazza San Pietro. E sua santità: «Benedico gli animali di Moira Orfei». Intanto io quasi morivo di imbarazzo, perché Moira passava e la gente le baciava le mani. Dicevo: «Moira ma non ti vergogni? Vieni via!».
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E lei?
Niente. Sì ma non pensi male. È una buona, la Moira. Molto devota a Padre Pio. Magari non va in chiesa come facevo io da ragazzino con la messa tutte le mattine. Ma è una credente vera.
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La storia del malocchio?
Lo sa fare, o così almeno dice lei. Io non gradisco che ne parli, ma tanto non mi da retta. È una roba che le ha tramandato suo nonno da bambina. Da parte del papà è una zingara. Ancora oggi per i sinti è una specie di regina.
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Al contrario di sua moglie, lei di circense ha poco.
Forse perché il mio povero papà era un fermo. La sua famiglia aveva una fabbrica di mobili, ma lui era un ginnasta e negli anni difficili della guerra era finito a esibirsi al circo. Non voleva che finissi come lui, così mi mandò a studiare dai salesiani. Quattro anni. Roba da rimanerci dentro. A tanti miei amici è successo: uno è prete, uno missionario, uno direttore dell’istituto di studi salesiani di Trento. Da quel collegio usciva l’ottanta per cento di preti. Mi sono salvato per un soffio.
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Però nel circo ci è finito lo stesso.
Vedevo che mio padre si sacrificava troppo. Gli dicevo: «Guarda papà che so fare l’artista», ma lui niente. Io pensavo che nella vita contava avere una strada e un po’ di fortuna. Con l’aiuto di mia mamma l’ho convinto e siamo andati tutti nel circo di uno zio al Sud. Ma non ci rimasi a lungo.
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Perché?
Volevo girare il mondo. Così misi su un numero di ballo acrobatico con mio fratello e mia sorella. Finimmo in tivù con Rascel. E poi la rivista con Wanda Osiris. Si chiamava Ok fortuna. Roba da grande categoria, mica avanspettacolo.
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Lo girò il mondo?
Con Wanda andammo in tournée per sette mesi. Poi partimmo con Renato Carosone. In Germania, al Titania Palace di Berlino, si passava la zona russa per andare in quella americana dove c’era teatro. Pieno di napoletani pure lì. Gridavano: «Carosone! a’ Maruzzella!». In Portogallo, quando finivamo il numero battevano i piedi. Sono soddisfazioni. Mia sorella Loredana era bravissima. Ma ha smesso, e vive di foto e di ricordi.
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Lei no?
Meno. Sono preso dal circo. È come se lo avessi aperto ieri.
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E invece?
Sono passati cinquant’anni. Dopo il matrimonio io e Moira investimmo i nostri risparmi lì.
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Amore a prima vista, il vostro?
Un amore arabo, piuttosto. Nel ’59 andammo in Kuwait con uno spettacolo per i principi arabi e fu lì che nacque tutto.
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Non fu galeotto Gassman e il Mattatore?
Non proprio. Moira già la conoscevo: sa, tra famiglie del circo ci si conosce un po’ tutti. Più che altro dopo il Mattatore mi scritturò suo zio e cominciammo a lavorare insieme.
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Moira sostiene di averla dovuta corteggiare a lungo.
All’inizio facevo il sostenuto. Mi sentivo sempre un po’ diverso dagli altri.
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Nones se la tirava?
Me la facevo un po’ per conto mio. Non è che non mi piacessero le ragazze. È che avevo avuto quest’educazione un po’ salesiana e non mi sembrava il caso di importunare le ragazze del circo. Poi lei aveva questi capelli lunghi e ricci e a me facevano un’impressione non bella. Però aveva questa simpatia per me anche se non le davo le attenzioni che meritava. Una volta, a Milano, mi vide con una spagnola e non la prese bene.
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Gelosa?

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18/11/2010 16.06.59

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