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Stampa: Addio a Vittorio Medini, il clown che ha divertito tre generazioni

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Lutto nel mondo del circo – in campo di concentramento si salvò con gli spettacoli

Addio a Vittorio Medini, il clown che ha divertito tre generazioni di bambini


 

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Era poliedrico, saltatore e acrobata, trapezista e cavallerizzo. Recitava in dialetto milanese

 

Per molti resterà il clown «Coca Cola» o il clown «Gilera». Era uno dei papà del circo milanese. Vittorio Medini si è spento l’altro ieri. Aveva 89 anni. Ha fatto divertire e anche riflettere almeno tre generazioni di bambini. Vittorio era figlio d’arte. Artista circense come il padre e prima ancora il nonno. E lui, a sua volta, ha cresciuto a «pane e circo» otto figli, quattro maschi e quattro femmine. Titolare del Circo Medini Città di Milano, era poliedrico, saltatore e acrobata, trapezista e cavallerizzo, nonostante un braccio offeso. Ma la caratteristica per cui in tanti lo ricordano è che da clown si esprimeva in perfetto dialetto milanese, lui che era nato a Castellamonte in provincia di Torino. Amico dei Mazzarella, ma anche amico delle periferie. Prestò, infatti, le sue grandi strutture da circo alla Triennale, negli anni Sessanta, per portare nei quartieri il teatro: sotto le sue tende si sono esibiti artisti nelle commedie di Goldoni, hanno cantato De Gregori, Guccini e Dalla.

Vittorio il clown «Coca Cola» aveva cominciato a esibirsi con il nonno Antonio che portava una tenda, piccina allora, sulle pubbliche piazze quando c’erano le sagre, di paese in paese. Ha vissuto tutto del suo secolo. Anche la prigionia nei campi di concentramento. Si era arruolato con gli alpini, era sopravvissuto alla campagna di Russia. E poi, dal fronte in Francia, fatto prigioniero e deportato. «Quattro anni nei campi di concentramento» ricordano moglie e figli. E anche allora l’arte circense l’aveva salvato. «Per stare vicino ad un fratello, che sapeva prigioniero in un altro campo di concentramento – raccontano – si era inventato uno spettacolo circense e aveva suggerito ai nazisti di aver bisogno di una spalla, fino a ottenere di farlo trasferire».

Paola D’Amico

 

Fonte: Il Corriere della Sera – 07 settembre 2010

07/09/2010 17.28.56

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