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FESTIVAL DI LATINA

David Larible: il clown, eterno giocoliere delle emozioni
A cura di Federico Bona

 

Qualcuno l’aveva definita “una scommessa”: alla luce dei fatti l’idea di Mario Liore e Paolo Bosisio di portare David Larible sul palco del Giacosa si è dimostrato un vero “sei” al Superenalotto, e di quelli cospicui.

Due serate di applausi scroscianti, nel corso delle quali il “clown più bravo del mondo” ha coinvolto e stregato il pubblico eporediese, trasformando tranquilli cittadini in suoi partner improvvisati e facendo letteralmente sganasciare dalle risate un intero teatro.

La bravura e la tecnica di Larible sono note a tutti coloro che masticano un po’ di circo, ma la sorpresa di questo spettacolo è il coinvolgimento del pubblico, che diventa parte integrante della rappresentazione.

Che effetto fa,a David Larible, essere considerato “il più grande del mondo”, nel suo ruolo? «Sono cose che si dicono e che fanno piacere, inutile negarlo, ma il vero segreto è non crederci, altrimenti vengono meno gli stimoli per migliorarsi. Mai credere che quello che fai sia abbastanza io credo nella continua ricerca della perfezione. Una perfezione che è irraggiungibile, ma è bello mettersi alla prova per capire quanto più ci si può avvicinare»

Il circo è un banco di prova per i professionisti, ma anche una grande scuola di vita, di tolleranza e di aprtura: «Basta pensare a cosa avviene, e avveniva soprattutto in passato, quando le persone più sfortunate, deformi o comunque “diverse” spesso trovavano nel nostro mondo un rifugio. Nel loro paese erano derisi ed emarginati, arrivava il circo e loro si aggregavano, lasciandosi alle spalle una vita grama per entrare in un mondo senza chiusure mentali, dove era possibile anche per loro trovare un ruolo e una dimensione»

Sei generazioni di circensi prima di lui, e ora il figlio David Pierre pronto a rappresentare l’ottava, un destino segnato… «Non lo so – riflette Larible -: qualcuno crede a questo “essere nel sangue”, io no: ho visto rampolli di generazioni di artisti essere pessimi nei loro ruoli, così come ho visto eccellere personaggi che non avevano una tradizione alle spalle. Ovvio che per me è bello vedere mio figlio che è già un bravo giocoliere. E, in un certo senso, segue le mie orme, perché il clown è un giocoliere delle emozioni». Martedì sera David Pierre è salito sul palco a fare “da spalla” al papà. «Non era previsto: avrei voluto un ragazzino del pubblico, così come ho fatto con gli adulti, ma purtroppo in platea non ce n’era nessuno, così ho dovuto chiamare lui». Un problema prontamente risolto per la replica di ieri sera, quando sul palco è salito un vero debuttante.

“Il clown dei clown” è uno spettacolo che, nelle sue varie forme, viene presentato al pubblico da almeno dieci anni, la versione presentata a Ivrea è in tournée da un annetto: «Il copione deve adattarsi ai partner: sono stato sul palco anche con mio papà, poi con latri artisti, ora c’è Genci, grande clown catalano». La vicenda è semplice: un umile addetto alle pulizie osa turbare il lavoro dell’altero “clown bianco”, ne nasce un dissidio, che poi ha il suo lieto fine quando il pagliaccio chiama con se il pasticcione, avendone scoperto le doti comiche. «E’ la solita storia degli opposti: il ricco e il povero, il dotto e l’ignorante, l’arrivato e il miserabile, Pantalone e Arlecchino… Con Genci lavoro molto bene, siamo davvero opposti: io pasticcione, lui lunatico, quasi diabolico. E ciò che portiamo in scena, in fondo, non è che una metafora della vita: se non conosci bene “l’altro” ne sei spaventato, la diffidenza ha il sopravvento. Poi, se apri la tua mente, riesci ad apprezzare le differenze e a farle diventare un valore».

Ma, fuor di metafora, il messaggio che Larible vuole lanciare dal palco è uno solo: «Prendiamoci meno sul serio! Questa è l’unica cosa che un clown può insegnare alla società. Mi piace coinvolgere il pubblico perchè così facendo tiro fuori dalle persone doti e potenzialità che loro stessi spesso tengono nascoste, per pudore o per timore del giudizio degli altri. Per tutelare quella “dignità” che invece scopriamo poi non si perde facendo divertire gli altri, anzi! Non è rotolandosi su un pavimento che si perde la dignità, ma facendo male il proprio dovere, il proprio lavoro. E chi sale sul palco con me, lo scopre. Mi piace lavorare nelle città di piccole e medie dimensioni, perché chi assiste allo spettacolo può vedere, tra i “coinvolti” il suo commercialista o la maestra dei suoi figli.». E questo è garanzia di assoluta trasparenza nelle scelte del clown: «Non mi accordo mai con nessuno, prima dello spettacolo. La mia sfida è scegliere, ogni sera, un gruppo di perfetti sconosciuti e renderli protagonisti la mia bravura devo dimostrarla guidandoli, facendoli sentire a loro agio. Sono persone che non ho ami visto prima e che probabilmente non vedrò mai più, ma che per una manciata di minuti devo coinvolgere in qualcosa che mai si sarebbero immaginati. Il segreto è cogliere le loro potenzialità, sfruttarle al massimo, senza mai farli apparire ridicoli o umiliarli: questo non sarebbe bello, né per loro, né per me. Lo spettacolo deve essere gioia».

David racconta con piacere un aneddoto di quando lavorava negli Stati Uniti ed era la star del Circo Barnum: «Un giorno ricevo da una mamma una lettera angosciata: suo figlio adorava il naso rosso da clown e lo portava con sé anche quando andava a dormire. In famiglia c’era chi era preoccupato di questa “strana tendenza” e avrebbe voluto far visitare il piccolo da uno psichiatra». Poco tempo dopo il Barnum fa tappa nella città da cui era giunta la lettera e lui si fa invitare a pranzo da quella famiglia. «A un certo punto ho chiesto agli “scettici” se avrebbero avuto la stessa reazione se il bimbo fosse stato così affezionato a una pistola giocattolo: ovviamente mi hanno risposto di no. E allora ho chiesto loro se ritenessero più grave voler far ridere gli altri o pensare alla violenza. Hanno cambiato idea e incoraggiato il bimbo, facendogli fare anche degli spettacolini famigliari!».

Tra i protagonisti “involontari” della prima al Giacosa c’era anche Clotilde Buratti, maestra elementare eporediese: «Non sapevo molto dello spettacolo e non ero al corrente del coinvolgimento del pubblico – racconta -: quando David mi ha fatta salire sul palco mi sono sentita morire, poi in un attimo lui ci ha messi a nostro agio, ci ha letteralmente presi per mano e la paura è sparita, fino al punto di non rendermi nemmeno più conto del pubblico che avevo di fronte. Mi rendo conto che, per chi assiste, sembri impossibile che tutto sia improvvisato, ma è solo l’estrema bravura di Larible a rendere possibile questa magia. Per me è stata un’esperienza bellissima».

Da www.localport.it del 13/11/08

13/11/2008 21.54.19

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