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Stampa: Nella vasca con i piranha

SUELLEN SFORZI NUOVA AVVENTURA IN …..

Salerno. Arrestati i tre gestori: sfruttavano una famiglia bulgara

Nella vasca con i piranha
Schiava del circo a 19 anni

Il circo Marino, un tendone sbrindellato e due attrazioni: la vasca con 8 piranha e la teca con serpenti e tarantole

DAL NOSTRO INVIATO
EBOLI (Salerno) — Il giorno di Pasqua avevano mangiato carne per la prima volta. Avanzi del pranzo dei padroni. Poi erano tornati nel cassone del camion, pieno di scarafaggi, la loro casa. Giusi tremante di freddo, la pelle raggrinzita come una vecchia nonostante i suoi 19 anni, Olga con la pancia dolorante, là dove un serpente aveva stretto troppo le sue spire. Il padre aveva spalmato un po’ di pomata sulla ferita alla gamba che da giorni continuava a fargli male. Aveva chiesto di poter andare da un medico, ma i padroni avevano detto di no e gli avevano buttato la pomata. Poi erano arrivati i carabinieri.

Questa è una storia che non vorresti fosse vera, ma che purtroppo lo è, fin nei più osceni dettagli. La storia di una famiglia di schiavi, liberati la sera di Pasqua dalle loro catene non solo metaforiche. Schiavi arrivati dalla Bulgaria ai primi di gennaio, e messi a lavorare in un circo che sembra uscito da un dagherrotipo dell’Ottocento.

Il circo Marino, un tendone sbrindellato, duecento sedie di plastica e due sole attrazioni in cartellone: una vasca d’acqua con otto piranha e una teca piena di serpenti e tarantole. Nell’acqua doveva tuffarsi Giusi, nella teca invece doveva stare Olga, 16 anni. Giusi in Bulgaria era stata operata due volte a un orecchio per un tumore. «Evita di immergerti nell’acqua», le avevano raccomandato i medici. Specialmente nell’acqua fredda. Invece l’acqua della vasca dove i padroni la obbligavano a stare era tenuta poco sopra lo zero, per addormentare i piranha e impedire che la mordessero. Lei ogni volta aveva paura, tremava prima ancora di tuffarsi là dentro. Ma una volta che aveva provato a schizzare fuori durante uno spettacolo, il padrone con una manata l’aveva brutalmente spinta di nuovo sotto. Era successo a Sicignano degli Alburni, uno dei tanti paesini che lo scalcagnato circo aveva in calendario. E uno spettatore era andato a dirlo ai carabinieri: quel gesto brutale raccontava una storia di sopraffazione meglio di mille parole.

I carabinieri avevano cominciato a seguire il girovagare del circo. Militari in borghese, con mogli e figli al seguito, avevano filmato le esibizioni di Giusi e di sua sorella, che sedeva nella teca mentre serpenti e tarantole le scivolavano addosso. Domenica sera, nella piazza di Petina dove il circo Marino aveva alzato le tende, Giusi e Olga avevano tenuto il loro ultimo spettacolo. E prima dell’alba i loro padroni erano chiusi dietro le sbarre di una cella. Accusati di riduzione in schiavitù. Erano rimasti soltanto sorpresi, ma non avevano nemmeno cercato di giustificarsi. Ora rischiano fino a 15 anni di galera.

Il capo è Enrico Ingrassia, 57 anni e una lunga serie di precedenti penali sulle spalle, quasi tutti per furto. Complice e sodale suo figlio William, 33 anni, anche lui con una robusta fedina penale. E infine Gaetano Belfiore, 25 anni, genero di Enrico, l’unico incensurato. Sua moglie, indagata anche lei, è rimasta in libertà solo perché ha un figlio di due anni da accudire. Le due ragazze bulgare e i loro genitori sono stati invece portati in una struttura protetta: rimarranno lì fino al processo. Dovranno raccontare di come erano stati comperati da un’organizzazione potente ed estesa in tutta la Bulgaria, che aveva prima assoldato il padre e Giusi, la figlia più grande. Un lungo viaggio su un minibus attraverso la Grecia, poi l’arrivo in Calabria, a lavorare in un altro circo. Paga buona, trattamento dignitoso. Poi però si erano fatti avanti gli Ingrassia, che avevano chiesto anche la mamma e la figlia più piccola. Padre e madre dovevano lavorare come facchini, domestici, cuochi, le ragazze invece avrebbero dovuto «esibirsi ». C’era da spaccarsi la schiena, anche venti ore al giorno a montare e smontare tendone e attrezzature. Per una paga teorica di 480 euro al mese, che alla fine erano diventati solo 100: «Il resto lo dovete versare all’organizzazione che vi ha ingaggiato », avevano spiegato gli Ingrassia. Nessuna possibilità di fuggire, e nemmeno di lamentarsi: una volta che la madre ci aveva provato, aveva rimediato solo botte. Due mesi vissuti così: fame, freddo, paura e il cassone di un camion come casa.

Giuliano Gallo

da: “Corriere della Sera”, 28/03/2008

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