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Stampa: “E’ il Cirque du Soleil la mia fabbrica di sogni”

FESTIVAL DI LATINA

Un’interessante intervista apparsa su “La Stampa” chiarisce per l’ennesima volta la posizione del Cirque du Soleil sull’utilizzo degli animali nei circo e sulla scelta di non utilizzare animali nei loro spettacoli. Una scelta che non si presta ad essere strumentalizzata dagli animalisti. Finalmente un po’ di chiarezza in merito…
DD

10/11/2007 (9:17) – INTERVISTA A GILLES SAINTE-CROIX

“E’ il Cirque du Soleil la mia fabbrica di sogni”

 

L’ideatore del più noto circo del mondo: “Siamo nati poveri nell’84, ora abbiamo 3200 dipendenti e vendiamo 60 milioni di biglietti”

MARCO MORETTI

 

MONTREAL – Incontriamo Gilles Sainte-Croix, uno dei fondatori del Cirque du Soleil, nel suo quartier generale di Montreal: un luogo di lavoro che è anche una fabbrica di incanti. In questa struttura provano i nuovi artisti. Qui 1600 artigiani fabbricano costumi, maschere, scarpe, parrucche, cappelli e scenografie per il circo più grande e più fantasioso divenuto, nel tempo, un colosso dello spettacolo con 3200 dipendenti (900 artisti), 13 show in scena contemporaneamente e sessanta milioni di biglietti venduti.

Come è nato il Cirque du Soleil?
«Grazie ai sussidi pubblici per celebrare i 450 anni della scoperta del Canada, nel 1984, settantatre giovani fondarono una compagnia di teatro di strada. Potevamo nascere solo in Québéc, un’isola francofona dove per sopravvivere alla natura ostile ci siamo mescolati con gli indiani. Il nostro lavoro è comunitario, discutiamo tutto, non ci sono star, tutti sono obbligati a collaborare tra loro, anche gli artisti più famosi devono aiutare gli altri nei compiti più umili. Una regola che ha creato problemi con alcuni grandi interpreti, soprattutto con i trapezisti russi – divi nel loro Paese -. Per noi, però, la regola è inderogabile. E dopo le proteste iniziali tutti hanno accettato e scoperto i vantaggi del lavoro di gruppo».

Avete rivoluzionato un genere agonizzante, come è stato possibile?
«Mescolando i tradizionali numeri del circo (acrobati, giocolieri, contorsionisti, clown, mangiafuoco) con la musica (dal rock all’opera), la danza, il mimo, la commedia dell’arte, la poesia, le nuove tecnologie e l’uso artistico delle luci. Siamo aperti a ogni contaminazione. Creiamo nuovi spettacoli indagando il nuovo in ogni campo, in tutto il mondo. I nostri artisti vengono da quarantacinque nazioni e parlano venticinque lingue. Giriamo il mondo alla ricerca di fuoriclasse circensi. I migliori trapezisti vengono da Francia e Russia. I contorsionisti dalla Mongolia. Gli equilibristi dalla Cina. I mangiafuoco dall’India. Le coppie di acrobati dal Portogallo. Gli attori della commedia dell’arte dall’Italia. La differenza col circo classico è che noi vogliamo rappresentare le emozioni, divertire, ma anche sensibilizzare, stupire e al tempo stesso fornire elementi di riflessione. Creiamo show dove ognuno può cogliere e interpretare un diverso messaggio. É importante che ogni spettatore sia toccato anche da un solo elemento dello spettacolo».

È una scelta politica non usare animali in scena?
«No. Gli show con gli animali non erano nello stile del teatro di strada. E avevamo pochi soldi. Senza elefanti, tigri e cavalli è più facile viaggiare: i nostri primi spettacoli erano sempre itineranti. Il pubblico era soddisfatto, eravamo diversi, ma non abbiamo mai dato valori politici a questa scelta. Siamo stati applauditi dagli animalisti, loro ci sostengono ma noi non sosteniamo loro. Non siamo contrari all’uso di animali, ma non fa parte della nostra tradizione».

Con «Love» dell’anno scorso, dedicato ai Beatles, e ora con «Delirium», avete preso la via del musical, non temete di abbandonare il circo?
«Siamo diventati più teatrali ma restiamo un circo. Fare rivivere i Beatles era una sfida, un work in progress dalle nostre radici. La musica è lo scheletro di Love, ma il circo crea l’illusione che i Fab Four siano ancora insieme a discutere, a comporre e suonare canzoni».

Coniugate spettacolo e impegno sociale?
«Eravamo ragazzi di strada. Veniamo dalla controcultura degli Anni 70, siamo di sinistra e coerenti al sogno che ci ha ispirato. Vogliamo aiutare chi ha i problemi che avevamo noi. Tutto iniziò nel 1988 quando inviammo in Etiopia costumi e giochi che non usavamo più. Poi in Brasile aprimmo una scuola di formazione artistica per giovani sbandati, che oggi è un affermato circo. Nel 1995 Guy Laliberté, uno dei fondatori del gruppo, formò il Cirque du Monde, finanziato con l’1 per cento dei nostri profitti: promuove iniziative a favore dei bambini di strada nel Terzo Mondo. Finanzia 36 comunità in cinque continenti per trasformare il disagio giovanile in risorsa artistica. È uno scambio, diamo aiuti e riceviamo stimoli. Il Cirque du Monde è la nostra avanguardia, a volte arriva prima dei nostri spettacoli, come è successo in Brasile. Non pretendiamo di cambiare il mondo, ma quando artisti di 45 nazionalità lavorano insieme c’è una speranza in più per la pace».

 

Da “La Stampa”

10/11/2007 11.08.58

 

 

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