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Stampa: Il racconto del domatore Rossano Weber

TANTI AUGURI CRISTEL TUCCI

La storia Il racconto del domatore Rossano Weber con l’hobby del cinema, controfigura di Terence Hill nelle cadute da cavallo «Ho passato la vita nella gabbia dei leoni» La passione per il circo nonostante le tragedie: «Mio zio sbranato da una tigre durante uno spettacolo»

di Dario Alemanno

Quell’odore, per chi ha una vita stabile e sedentaria, sembra solo quello di una carovana itinerante dove uomini e animali non solo vivono a stretto contatto ma addirittura lavorano insieme. Ma per chi ha trovato nel circo il motivo della sua identità, la ragione stessa per cui è al mondo, quello che si respira qui è il profumo del tempo, dei ricordi, di una vita consacrata a un’arte antica dove quello che conta è rendere felici gli altri. No, quello che si sente in questi giorni nel piazzale di Muggiò non è l’odore della segatura sparsa per terra, e nemmeno quello delle bestie che tra poche ore andranno in scena, o delle casse di carne cruda che leoni mastodontici si apprestano a divorare. È piuttosto il profumo del tempo, il profumo delle mille piazze dove il Circo delle Meraviglie ha piantato negli anni il suo tendone per regalare sorrisi, brividi e sorprese al pubblico di tutta Europa. Lo stesso profumo che impregna di sé tutti i circhi. Ma bisogna saperlo riconoscere, assaporare e apprezzare. «E quando lo sento ho la certezza di essere a casa mia, nel mio luogo ideale». Così Rossano Weber riassume il suo amore per la vita circense un attaccamento genetico, insito nel suo Dna. Così Weber racconta se stesso e il circo, partendo dall’odore, ovvero il senso più impalpabile, invisibile e soggettivo. «Perché certe cose e certe sensazioni – dice – chi non è nato nel mondo del circo fa fatica a comprenderle». Oggi, in piazza D’Armi a Muggiò oltre al freddo c’è pure il vento. Ma il signor Weber, il presentatore degli spettacoli, è già sveglio da un pezzo. Esce dalla sua roulotte e ci accoglie come fossimo amici di vecchia data, anche se non ci siamo mai incontrati prima. E subito scopriamo il primo lato del suo carattere, quello del clown, amico di tutti per partito preso, perché per far ridere le persone devi sapere instaurare un legame diretto con loro. Sì, Rossano Weber ha fatto anche il clown. Poi camminando tra le roulotte e i camion ci parla un po’ di sé. «La mia è una famiglia di circensi da tante generazioni, i Weber sono molto famosi soprattutto come domatori». Ed ecco che scopriamo che il suo primo vero amore sono stati i leoni e le tigri. Sì, ha fatto anche il domatore. E mentre ci racconta dei rischi di questo mestiere ci conduce davanti al camion dove al di là delle sbarre spadroneggiano cinque leontigre, nati da un maschio di tigre e da una leonessa. Fanno paura a vedersi. E certo i racconti di Weber non aiutano a stare tranquilli: «Mio zio è morto sbranato da una tigre quindici anni fa, durante uno spettacolo. Anni prima gli era capitato di essere assalito ma riuscii a salvarlo distraendo il leone. Quello puntò su di me ma per fortuna avevo un ferro in mano e glielo piantai nel collo facendolo scappare. Il fatto costò a mio zio 480 punti di sutura». Da allora mai più a contatto con i grossi felini? «Macché, ho continuato finché ho capito che dovevo dedicare più tempo ai miei figli che agli animali». Ma non è certo per paura del rischio che un domatore smette di essere tale. «Le tragedie entrano nelle nostre vite in due modi: silenziosamente in punta di piedi, o violentemente come una botta secca e improvvisa. Nel circo le tragedie capitano più spesso nel secondo modo, e io preferisco, perché non arrivano subdolamente». Ed ecco che ripesca nella memoria quando cadde dal trapezio rompendosi una gamba, o quando cadde sua sorella rompendosi delle vertebre. Eppure è come se tutte queste tragedie facessero parte della vita normale. E poi, in fondo, il circo riesce a regalare ricordi preziosi, da fare invidia a chiunque. Trent’anni fa Rossano Weber faceva cinema. Non era un attore, ma come tanti suoi colleghi faceva la controfigura a Cinecittà. Terence Hill cade da cavallo in “La collina degli stivali? del 1976”. Niente affatto, quello è il signor Weber. Michele Placido cade dal terzo piano in “Salto nel vuoto” del 1980? È sempre lui, il signor Weber. E di quanti altri film è stato protagonista sconosciuto. E quanti attori ha incontrato: «Questa cintura me l’ha regalata Giuliano Gemma» dice con orgoglio mostrando una grossa fibbia. E quante belle attrici: «Ho lavorato con la Cardinale, con la Melato e con la Fenech». Anche loro sono il suo orgoglio, in fondo. Che abbia avuto qualche flirt con una di loro? «Beh, soprassediamo». Qualcosa ci dice che l’ha avuto davvero. Ma con chi?

 

da: “La Provincia di Como”, 06/01/2007

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