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Stampa: Artisti del Circo raccontati da Tristan Remy

TANTI AUGURI CRISTEL TUCCI

DAI FRATELLINI A GROCK, ARTISTI DEL CIRCO RACCONTATI DA TRISTAN REMY

 

N uno spettacolo circense, la «clownessa» è uno degli elementi più graziosi, insieme alla trapezista e alla cavallerizza «di cartello». La trapezista non è rara la cavallerizza di cartello lo è sempre di più la clownessa è sempre stata un’eccezione. E’ un fatto che le donne non hanno mai avuto troppa voglia di rimpiazzare i clown, di accettare di interpretare uno sketch. Quando hanno scelto di agghindarsi con il loro costume, con le scarpine d’oro e il cappello a punta, è stato più spesso per vestirsi da ballerine di genere. E non è di questa specialità di cui ci interessiamo qui. Sembra proprio che la clownessa abbia misurato tutta la difficoltà di un ruolo al quale era poco preparata. Il mestiere di clown richiede numerose conoscenze professionali. L’apprendistato è lungo e ingrato. La fantasia vuole, al suo servizio, molta immaginazione, una facilità di rinnovamento quasi continua, un senso innato del comico, tutte cose di cui non abbisognano né la trapezista né la cavallerizza «di cartello». In più, per essere clown, bisogna aggiungere alla pratica consumata del proprio mestiere una facilità nell’afferrare il lato caricaturale, ridicolo, dell’uomo della strada ricrearlo, senza sottrargli niente di quello che lo rende vivo e simpatico: interpretarlo vale a dire sovrapporre un carattere alla propria personalità. Le attrici, che hanno della vita un’idea articolata, possono divenire delle interpreti. Le artiste del circo, che crescono in un mondo chiuso, sono poco preparate a questo compito. Se per un clown è necessario essere bello e ben formato per essere notato, alla clownessa non basta l’aspetto fisico per essere notata. Certo, aggiungere alle qualità naturali fascino ed eleganza, le consentirà certamente di avere maggiori possibilità, e alcune delle imperfezioni potranno anche passare inosservate. Ma è nel compimento del lavoro che la si giudicherà. Sono note alcune clownesse. Non si conoscono, invece, coppie di clownesse d’entrée. La clownessa incontra, inoltre, la difficoltà supplementare di valorizzare un compagno clown uomo. Le sono necessarie volontà, pertinenza e agilità. Diciamo che queste dominanti, distintive dei clown «autoritari», da Foottit in poi, non sono presenti in tutte le artiste del circo. E le reazioni dell’augusto compare potrebbero tranquillamente muoversi in opposizione alla donna-clown, a meno che delle considerazioni personali, estranee alle leggi della concorrenza che regolano le relazioni dei clown tra loro, non lo rendano un partner sottomesso e pieno di buone intenzioni. Ma per quanto tempo? Allora si nota la particolarità che le clownesse riescono tanto meglio se il partner non possiede che mezzi limitati. Brillano per l’assenza di slanci del partner. Ma poiché, in questi casi, la clownessa non si accontenterebbe mai di far valere un personaggio insignificante o senza levatura, sarà bene per lei ripensare l’intero numero. Le donne si sono rivelate comiche migliori, al circo e nelle entrée, quando nascondevano sotto gli stracci dell’augusto e sotto trucchi sapienti i segni evidenti della femminilità. In quel caso: vestite da eccentrici e non da clown, le clownesse non si sono mai rivelate inferiori agli uomini. Sfuggivano, in questa maniera, quelle critiche che non hanno mai mancato di far notare il fatto che la preferenza andava sempre ai ruoli da pagliaccio. E, contemporaneamente, evitarono di «raffreddare» il pubblico, che certo non avrebbe visto di buon occhio una donna che avesse ricevuto dei colpi, che avesse scambiato delle sonore sberle e delle botte. Rese mascoline dai travestimenti, furono considerate, dagli spettatori, dei clown a tutti gli effetti. Nonostante nei primi circhi inglesi alcune donne avessero lavorato come buffone, vestite da Arlecchino, indossando una parrucca e scambiando motti e lazzi con il direttore di pista, Lulu Crastor, figlia di Joe Cashmore, clown conosciutissimo in Inghilterra, è considerata come la prima clownessa che merita questa qualifica nei Paesi d’oltremanica. In Germania la donna-clown per eccellenza fu Lonny Olchansky, figlia di William Olchansky, che Strehly cita come esempio di notevole acrobata. La varietà dei suoi salti mortali, combinata con piroette semplici e doppie, ricorda J. Halperson, era notevole. William era anche addestratore di gatti e, nello stesso tempo, lavorava con dei topi. Sua figlia Lonny, specializzata anche lei nelle acrobazie e nei salti mortali, faceva con lui un numero da clownessa comica. Secondo M. Henry Thétard fu una delle clownesse più autentiche che avessero mai calcato , con Eva e il suo augusto Flappi, con i Gerbolas, clown e clownessa che si trovavano al grande circo russo Beketow, stabilito al Nouveau Cirque in occasione della riapertura, il 1° settembre 1905, la sola clownessa di cui si potesse un po’ parlare fu Mme Atoff de Consoli, detta Miss Loulou. Miss Loulou formava con suo marito, Atoff de Consoli, detto Atoff, una coppia di clown che resterà come esempio di riuscita perfetta, in un momento in cui i comici, nel circo, erano numerosi e al successo non si arrivava certo facilmente. Se fosse stata raggiunta prima, la loro riuscita avrebbe beneficiato di una curiosità che, ben presto, si sarebbe trasformata in consenso unanime. Ma quando Miss Loulou fu notata, Atoff aveva già terminato la sua carriera di intrattenitore.
Era figlio di uno scultore del legno di Torino. Non aveva ancora sei anni quando suo fratello, che ne aveva sedici, allievo alla scuola delle Belle Arti, lo convinse a cercar fortuna con lui. Per meglio riuscirci si aggregarono al circo Sketchel e Corini e… una fuga in più all’attivo degli artisti del circo. Nonostante l’apparente condizione precaria, trassero i guadagni migliori dalle esibizioni sulle piazze pubbliche e davanti a quegli spalti i cui direttori permettevano che si esibissero negli esercizi acrobatici, davanti ai potenziali clienti. In questa maniera si poté vedere tutto quello di cui erano capaci. Quando non avevano denaro, i Consoli si accontentavano di nutrirsi di molluschi e frutti di mare, ma il padre, avvertito e invitato dalla gendarmeria a mettere fine ai loro vagabondaggi, andò a cercarli e li riportò a casa. Il loro ritorno durò poco. Tre mesi dopo, i due ragazzi ripresero la via della fuga. Si erano preparati a questa seconda partenza. Sapevano presentare Les statues vivantes, fare esercizi da giocolieri con i cappelli e appendersi al trapezio. Come tutti gli artisti circensi, Atoff De Consoli è stato l’eroe di una vita leggendaria più o meno immaginata. Riportiamo che al circo Reinach, a Parma, fu vittima di una caduta dal trapezio abbastanza grave alla quale fa risalire la perdita di un occhio. In seguito entrò come funambolo in una troupe di acrobati.
Come clown, Atoff De Consoli assoldò Pierantoni, all’epoca del suo declino, come partner, da Rancy e da Palisse. Nel 1907 recitò, con Gatti, al grande circo Alexandre. In un circo ambulante, in Italia, incontrò J.-M. Cairoli, all’epoca del debutto. Si associarono e la collaborazione permise ad Atoff di essere notato da Pippo Pucci, che, tra i clown di un certo nome, aveva di sicuro una certa importanza. Atoff, inoltre, incontrò un partner di un certo valore in Chocolat figlio, nel 1926, al Cirque d’Hiver. Conobbe gli ultimi istanti di una celebrità tardiva con sua moglie, Miss Loulou, che era stata contorsionista. Del suo antico mestiere di funambola lei conservava la prestanza e , in lei, ricordava la misura e l’armonia. Vicino a lei, Atoff De Consoli risaltava per la figura scheletrica, di una magrezza da disarticolato e, con maggiori accorgimenti, sarebbe stato un divertente clown da smorfie. Esagerava le smorfie di un viso che sembrava tagliato a colpi di roncola. Indossando una bombetta senza tesa, come quella di un ecclesiastico, o un cilindro piegato come un lampione, Atoff De Consoli si presentava fumando un enorme sigaro, con un anello d’oro ornato di un grosso brillante, portando un fiore gigantesco all’occhiello di una redingote dalle falde vorticose, maneggiando un bastone rotto accomodato con lo spago e costantemente occupato a rimettere a posto delle maniche che avrebbero potuto servirgli da corsetto.
Così conciato, gagà a ghette e fiero della sua condizione, seguendo la moda lanciata da Little Walter, Atoff De Consoli serviva da cavaliere a Miss Loulou, ancora splendida, la gamba inarcata al di sotto della sua corta coulotte, il seno sostenuto dal suo costume azzurro e oro, tagliato alla Claudine e il piccolo cappello a punta portato sopra dei capelli biondi con i boccoli. Senza nessuno sforzo apparente Miss Loulou conduceva il suo partner sul cammino della fantasia.

All’interno del trio Léonard, Marcel Léonard, comproprietario e direttore artistico del circo Pinder, incarnava un clown gioviale, nella tradizione del clown bonaccione. Eugène Léonard, un augusto di tipo flemmatico, ricopriva il ruolo del primo comico e Yvette Spessardi quello del controbuffone dall’animo malizioso e vendicativo. Ma quest’ultima eccelleva soprattutto nel recitare i burleschi con compiuta maestria, sufficiente, a ogni modo, a non rivelare niente della sua persona. Gli occhi nascosti da enormi occhiali, il sorriso che spariva sotto la smorfia, il sopracciglio spesso, il naso posticcio, i capelli nascosti dal cappello a cilindro, e ulteriormente spersonalizzata da eleganti pantaloni, Yvette Spessardi invitava i suoi partner ad avventure comiche con tatto e distinzione, senza mai sfiorare il manierismo. Le entrée dei Léonard, messe a punto nel corso delle rappresentazioni che si snodavano per tutta una tournée, improntate al repertorio abituale delle clownerie ma ringiovanite da trovate personali e costantemente arricchite, potevano sostenere il paragone con le entrée dei clown dei circhi parigini, per quanto più equilibrate quest’ultime potessero apparire. Malgrado la facilità di una donna nel recitare le parti da civettuola, nessun preziosismo nell’atteggiamento e nell’espressione autorizzava lo spettatore a supporre che si trovasse in presenza di una clownessa. Nonostante fosse un pagliaccio, Yvette Spessardi non riceveva affatto schiaffi: lei ne dava. Nelle repliche aveva sempre l’ultima parola. E non era certo così facile per lei, dentro commedie che miravano al ridicolo e, molto spesso, attentavano alla dignità. Inoltre ebbe il compito di evitare la farsa volgare, nella quale avrebbe perso sicuramente l’originalità del suo carattere leggero e disinvolto.
Tra lei e Marcel, il clown Eugène Léonard – enorme burlone dall’aspetto rubizzo – era la vittima consenziente delle burle più o meno innocenti. La natura bonaria veniva fuori in tutti gli eccessi dei suoi gesti maldestri. Di volta in volta buffone e controbuffone, Eugène divideva con Yvette i ruoli comici, Marcel conservava l’autorità necessaria per dirigere la recitazione e dispensare in furberia tra i due compagni, lo spirito necessario alla coesione della troupe. All’inizio della Seconda Guerra Mondiale, il circo Pinder dovette riporre il telone a Malakoff, il porto franco durante la cattiva stagione. Yvette Spessardi, stanca e afflitta dai dolori procuratisi nel corso di tutte le rappresentazioni, abbandonò il trio Léonard. La moda del trio era un po’ passata. Sembra che Yvette Spessardi non vi avrebbe più ripreso il suo posto. Marcel e Eugène Léonard, obbligati dalla durezza dei tempi a riprendere il mestiere di clown, riapparvero durante la stagione 1943-44 al circo André Rancy, installato al Grand Palais. Vi rappresentarono l’entrée de l’automobile, il cui materiale, però, non permise di far apprezzare, al pubblico parigino, la misura esatta delle loro qualità.

 

Da La Stampa del 16-09-06

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