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Stampa: L’Augusto, il clown che non ride

SUELLEN SFORZI NUOVA AVVENTURA IN …..

PiùFestival/2. Presentato in piazzetta Bruno Boni il breve lavoro di Stefano Jotti

 

L’Augusto, il clown che non ride

 

Dietro la maschera gioiosa si può intravedere tanta tristezza

 

L’Augusto» di Stefano Jotti, presentato l’altra sera sul palco allestito in piazzetta Bruno Boni per «PiùFestival» è uno spettacolo breve (dura meno di un’ora) e intenso che si ispira al mondo del circo per farne più una metafora della condizione umana che un modello linguistico.
All’origine del lavoro di Stefano Jotti, che è attore di teatro di lunga esperienza, c’è infatti un testo letterario (il racconto di Henry Miller, «Il sorriso ai piedi di una scala») e una suggestione cinematografica («Clown» di Federico Fellini) il tutto utilizzato per costruire uno spettacolo che racconta l’incontro-scontro tra due uomini rappresentati da due clown, un Bianco (interpretato da Marco Francini) e un Augusto, che sono le figure tipiche della clownerie e costituiscono una coppia fissa, codificata dagli studiosi di questo genere teatrale, in cui l’uno rappresenta l’ordine e la regola fino alla cattiveria e l’altro il disordine e la vitalità, con tutta la cialtroneria possibile.
Sulla scena dello spettacolo del circo resta la pista chiusa da un parapetto e circondata da luci, che è la reliquia di un mondo scomparso a cui si guarda con nostalgia lo chapiteau si è innalzato sempre più fino a scomparire nel cielo.
Il Bianco, che ha la faccia ricoperta di biacca e un frac di pailettes rosse, si esibisce suonando diversi strumenti musicali l’Augusto, con il naso rosso e il nero delle lacrime che dagli occhi scendono sulle gote, narra un suo viaggio nella memoria che lo porta a ripercorrere i momenti diversi della sua carriera e della sua vita.
Un percorso attraverso il quale, dietro la maschera gioiosa del clown, possiamo intravedere tanta tristezza e una condizione esistenziale fatta più di infelicità, di privazioni e di esclusione che di successi.
Un po’ come avveniva nel bellissimo «Racconti di giugno» di Pippo Delbono, visto al festival la settimana scorsa, anche qui c’è un uomo di teatro che parla di se stesso, ma, mentre il lavoro di Delbono colpiva per la sua verità, una verità esibita oltre il limite del pudore ma toccante e autentica, «L’Augusto» lascia sentire invece molto forte la sua matrice letteraria e risulta un po’ freddo e cerebrale.
La presentazione all’aperto non ha poi giovato al lavoro sia per i rumori di disturbo sia per l’amplificazione non messa bene a punto che non ha reso sempre tutto comprensibile.
Applausi alla fine da parte del pubblico.
f.d.l.

 

Da BresciaOggi del 27-06-06

 

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