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SUELLEN SFORZI NUOVA AVVENTURA IN …..

Il Biografilm di Bologna rende omaggio a un personaggio unico con un documentario e una retrospettiva di trailer

«Potevo essere l’altra Sophia Loren»

Moira Orfei: ma il cinema è facile mentre al circo è vietato barare

Un metro e 80, senza capelli. Trenta centimetri in più se si calcola la chioma corvina, issata e avvolta in spire, come un suntuoso turbante. La corona setosa di Moira Orfei, regina del circo, gran dama degli elefanti, nostra signora del kitsch, icona gay. Un’acconciatura unica, inventata per lei dal produttore Dino De Laurentiis. «Mi aveva vista al circo, mi propose di fare cinema, mi fece cambiare look e nome. Io all’anagrafe nasco Miranda, ma tutti mi chiamavano Mora per via della capigliatura scura. Meglio Moira, suggerì lui, consigliandomi anche il trucco, carnagione sbiancata dalla cipria di riso, sopracciglia ridipinte a matita, vistoso eyeliner, ciglia finte, bocca ingrandita da un rossetto scarlatto. Resta così, mi disse, le donne che cambiano sempre look non hanno personalità. Aveva ragione. Quel look esagerato mi rese unica, inconfondibile». Una variante sexy della maschera del clown che le ha impedito persino di invecchiare. A vent’anni come a settanta e passa di oggi, Moira è sempre Moira, la «domattrice» da mezzo secolo emblema di un immaginario circense, santino di una femminilità caricaturale. Un prototipo irripetibile a cui rende omaggio il Biografilm di Bologna, che stasera apre con un documentario, Amore e fiori , dedicato a lei e una carrellata di trailer dei suoi film peplum, da Gli amori di Ercole a Ursus nella valle dei leoni , a Maciste l’uomo più forte del mondo . «Di film ne ho girati 47 – ricorda lei fiera -. Ho lavorato con Mastroianni, il più bello di tutti, il più signore, con Gassman, istrione timido, con Dalidà, un regina Taitù altezzosa e mascolina, con Totò, che mi voleva regalare un appartamento da trenta milioni (di allora) per stare con me, senza far l’amore, solo per accarezzarmi un po’. Per non offenderlo gli risposi: principe, se non fossi sposata e non amassi mio marito, accetterei».
Poi c’era Fellini, che amando il circo sopra ogni cosa s’ invaghì anche di lei. «Quando girava I clowns veniva a mangiare nel mio caravan e voleva essere servito da una nana. Poi mi pigliava a braccetto e mi portava a vedere le prostitute per intervistarle sul perché e il percome facevano quel mestiere. Lui diceva di volerle redimere, ma io non ci ho mai creduto». Quanto a Germi, che la volle in Signore & Signori , la lodò platealmente: «Se Moira studiasse potrebbe diventare un’altra Sophia Loren». Ma lei, che aveva il circo nel sangue, un marito di cui era ed è innamorata persa, il domatore Walter Nones e due bambini da badare, lasciò perdere. «Tra il mondo del cinema e quello del circo c’è un abisso. Per far carriera nel primo basta diventare l’amante del produttore, nel secondo devi valere per te stessa. Quando sei sul trapezio o nella gabbia con le tigri non c’è raccomandazione che tenga».
Per essere circo, e su questo Moira è categorica, il circo «deve essere tradizionale, deve avere gli animali». Il resto sono «deviazioni» di dubbio gusto: «Odio il circo cinese con le sue musiche orrende, quanto al Cirque du Soleil non è circo per niente, semmai un musical. E già passato di moda».
Ma con il circo si diventa ricchi? «Con il circo in sé campi a stento, tra umani e animali ci sono troppe bocche da sfamare. Per questo, se mi capita, faccio anche dell’altro. La tv, certo, anche se non mi piace quell’ambiente corrotto e pieno di ricatti. Alla fine però sono riuscita a comprarmi una villa di 36 stanze a San Donà di Piave. Ma io in una casa non ci so stare, preferisco il mio camper. Bello più di qualsiasi palazzo, tutto ori e specchi».
E con la paura come la mettiamo? Mai provato un brivido a pigliar le tigri per la coda? «Se hai paura non puoi fare questo mestiere – taglia corto -. Sono caduta dal trapezio, mi son rotta un braccio e una gamba. Ma son tornata su. Io non ho paura di niente, né delle belve né dei morti. Io di notte vado per cimiteri. Nelle mie vene scorre per metà sangue zingaro, so togliere il malocchio. Ma, tranquilli, sono una strega buona, mica come Vanna Marchi…». E l’altra metà del sangue? «Viene da mio bisnonno, un prete che andò missionario in Montenegro, incontrò una zingara bellissima e fuggì con lei. L’eredità cattolica mi viene da lui. Sono devotissima di Padre Pio e quando è morto Papa Wojtyla ho pianto tre giorni». E i gay e i Pacs? «Ah, mi spiace per la Chiesa, ma i gay sono i miei migliori amici. Sono intelligenti e sensibili. Loro mi adorano, vogliono somigliarmi, mi copiano trucco e abiti. Se poi vogliono sposarsi, per me facciano pure».
 

Giuseppina Manin

 

Da Il Corriere della sera del 07-06-06

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