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Stampa: Il 2 aprile 1906 Buffalo Bill sbarcava in Italia…….

SUELLEN SFORZI NUOVA AVVENTURA IN …..

É oggi partito per l’Alta Italia il colonnello Cody, Buffalo Bill……..

 

di ADRIANO FAVARO

«É oggi partito per l’Alta Italia, diretto a Pordenone, il colonnello Cody, Buffalo Bill, accompagnato da due vecchi Pelle Rosse, cinque cosacchi del Don e il famoso comandante Dimithoff, sotto capo delle scuderie. Buffalo Bill vorrebbe accamparsi sulla vasta brughiera di Pordenone. Non è improbabile che faccia una breve sosta a Padova». Cento anni fa. Il due di aprile del 1906 “Il Gazzettino” cominciava con 19 righe e titolino, la cronaca di uno degli spettacoli più affascinanti d’Europa. Il “colonnello” William Cody in Italia arriva il 16 marzo del Genova per toccare il 14 aprile Padova, il 15 e 16 Verona, il 9 maggio Vicenza, il 10 Treviso e l’ Udine. Poi parte per un viaggio nel centro Europa: l’ultima sua stagione nel continente.

Buffalo Bill aveva compiuto 60 anni il 26 febbraio. Era arrivato in Europa la prima volta nel Inghilterra. Con il suo spettacolo, “The Wild West”, (West selvaggio) avviato anni prima negli Usa aveva ottenuto quello che le diplomazie non osavano: un sovrano d’Inghilterra, – che celebra il giubileo – saluta per la prima volta, una bandiera americana. Poco importava che fosse quella portata da un uccisore di bisonti (4.280), avventuroso e un po’ millantatore. William Cody, con i capi sioux Giacca Rossa, Piccolo Toro, Manzo Tagliato, Cane Povero e altri 97 indiani in buona parte ammalatisi durante la traversata, aveva ricongiunto le due sponde culturali e politiche del mondo che parlava inglese. Negli Usa erano già state pubblicate almeno una cinquantina di novelle sulle sue gesta. È nel 1873 che Cody avvia lo spettacolo, attività che conduce sino alla morte, avvenuta il 10 gennaio del Denver, nel Colorado.

E quando il successo del circo comincia a declinare Buffalo Bill passa al cinema. Dal 1913 al 1915 gira alcune pellicole prodotte dall’inventore Thomas Alva Edison, sulle storie degli indiani. Per una di queste il set scelto sarà lo stesso della famosa battaglia di Wounded Knee, luogo di un eccidio compiuto nel 1890 da truppe americane contro sioux inermi. E gli indiani fecero sempre parte dello spettacolo. Cody “espose” nel suo show, per poco tempo, il famoso capo sioux “Toro Seduto”.

Così quando arriva in Italia per la prima volta, nel 1889, Buffalo Bill è preceduto dalla fama conquistata a Parigi, dove partecipa con suo spettacolo all’Expo universale. Sbarca a Napoli, dopo le difficoltà dovute a malattie e vaiolo incontrate in Spagna. E il suo show incappa nel più sudista degli inconvenienti. Alla prima si ritrovano duemila persone con biglietto vero e duemila con biglietto falsificato. Le cronache dicono che il vero spettacolo quel dì fu la litigata fra quattromila persone. Dopo Napoli, Cody va a Roma da papa Leone XIII: i suoi indiani si prendono beffe dei costumi delle guardie svizzere e lui non vuol visitare il Colosseo. «Troppo pietrame» dirà.

Gira ancora per l’Europa, poi ritorna nel 1893 negli Usa dove il suo spettacolo fa 6 milioni di spettatori all’anno e lui guadagna un milione di dollari. Quel successo ha il suo contrario. Uno storico del Wisconsin, il professor Fredrick Jackson Turner scrive un saggio “Il significato della frontiera nella storia americana” dove dice – ispirandosi anche al Wild West Show – che i grandi spazi della frontiera americana erano finiti. Furono giorni di panico per la Borsa di Wall Street che non vedeva più prospettive di sviluppo.

Inconsapevole e forse indifferente dei problemi della borsa (lui però avrà sempre problemi economici) nel 1903 torna per la più lunga tournée europea. Ma Buffalo Bill non è più l’aitante giovanotto che entra nel mito. Porta il parrucchino, si fa quattro colossali bevute al giorno, litiga con (figlia di un immigrato francese) al punto di chiedere – è innamorato di una circense – il divorzio. Così quando arriva in Veneto e in Friuli Venezia Giulia, Cody è molto cambiato. Ma resta un mito. Che si fa precedere da una pubblicità con disegno in quarta pagina del Gazzettino del venerdì 13 aprile 1906: si annunciano 500 cavalli e 800 uomini. Il biglietto costa 2 lire 4 per i posti numerati, 5 e 8 per i posti riservati. (Il Gazzettino costava 3 centesimi) I ragazzi al di sotto dei 10 anni pagano metà: prezzi alti e sproporzionati, si dirà. È e il tendone si monta a Padova in “piazza d’Armi”: il sindaco emana disposizioni per il traffico e fa calmierare i prezzi delle vetture. «La rappresentazione – scrive il cronista di Padova – sarà completamente uguale, anche nei minimi particolari a quelle date a Roma per il Re e la famiglia reale». Arriva gente da mezzo Veneto. In treno, ammassati come sulle navi arrivano i pelle rossa e gli altri. Il cronista del Gazzettino commenta l’ordine che regna nell’organizzazione del circo e tra i cavalli: «Per quanto normanne, quelle bestie sono state americanizzate in modo perfetto. Ogni forma di rumore, e di chiasso, è bandita da quell’onorevole Società. Tutto ciò per noi italiani e per di più Veneti, così… espansivi di solito in ogni nostra manifestazione costituisce un quadro sorprendente».

All’arrivo degli indiani la cronaca si infiamma: «Quando scendono le pelli rosse di una compostezza quasi ieratica, avvolte in strani “ponci” multicolori, e sudicette anzichenò, dai lunghi capelli untuosi raggruppati in trecce sulla fronte sfuggente l’effetto è… disastroso. Un gruppo di operaie di Codalunga non se ne può dar pace. Ma quele le xe le “brute vecie” varda, varda quante done». La coda allo spettacolo del sabato santo di Buffalo Bill la fa ancora la cronaca di Padova: «Certe americanate non si possono dimenticare così presto – scrive il giornalista – Tutte quelle quindicimila persone che hanno assistito alla buffonata se ne sono tornate con un naso enorme! Molti rimpiangevano di non essersi accontentati di guardare i grandi manifesti per le vie… A proposito, da sabato il pubblico non chiama più Buffalo. Lo chiama Bruffolo! E chi ha speso 5 o 8 lire per andare a vederlo assicura che è un… bruffolo poco piacevole». Il commento (quelli di Vicenza, Treviso e Udine saranno più benevoli al punto che a Vicenza, fino ad anni fa c’era ancora un bar che si chiamava Buffalo Bill) si chiude criticando gli indiani dipinti con colori inverosimili, cavalli che assomigliano a quelli del tram nostrano e musica “selvaggia”, e un invito a mandare il circo di Bill, se ci sarà una prossima volta, a Brusegana.

Mai letto così tanto snobismo nel selvaggio Nordest!

Da Il Gazzettino ondine del 08-04-06

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