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Stampa: L’arte del clown per un trio in fuga dalla tv

FESTIVAL DI LATINA

ALDO, GIOVANNI E GIACOMO

 

L’arte del clown per un trio in fuga dalla tv

 

 

Enrico Fiore Hanno ragione, Aldo, Giovanni e Giacomo, ad affermare una propria differenza rispetto all’orda di comici che dilaga in televisione. Dietro di loro, che se ne rendano conto o meno, c’è la grande tradizione del circo, ovvero quella incarnata dai vari tipi di clown. Possiamo sintetizzare così: Aldo è il clown-augusto («l’uomo che prende gli schiaffi»), Giovanni il clown-pagliaccio e Giacomo il clown-parlatore (mutuato dallo «shakespearian jester», il ben noto giullare del Bardo). E Silvana Fallisi – la moglie di Aldo, che sostituisce Marina Massironi nel nuovo spettacolo del trio, «Anplagghed», ancora oggi e domani in scena al Palapartenope nell’ambito della stagione del Diana – assume di fatto il ruolo di quello che oggi si chiamerebbe «clown de reprise», ossia del clown incaricato di riempire i vuoti o di rilanciare la rappresentazione. Il risultato? Giusto il titolo (che riproduce la pronuncia del termine musicale inglese «unplugged», senza spina, senza amplificazione elettrica), abbiamo qui una comicità ruspante che si fonda soprattutto sull’uso del corpo e, dunque, sulla pantomima, con l’annesso corredo di smorfie, tic, accelerazioni e disarticolazioni dei movimenti. Senza dimenticare, si capisce, i giochi di parole e i doppi sensi che di tal genere di «performances» costituiscono il sale. E c’è da aggiungere, si capisce anche questo, che al riguardo i tre popolarissimi interpreti (al secolo Cataldo Ballio, Giovanni Storti e Giacomo Poretti) davvero non si risparmiano, dandoci dentro con generosità assoluta. I temi son quelli proposti dalle storielle d’ordinaria imbecillità e insensatezza che i nostri eroi, nelle vesti di astronauti sbarcati su un pianeta alieno, raccontano a proposito della Terra e, in particolare, di un qualsiasi quartiere periferico di una qualsiasi grande città: con tutto il suo popolo scalcagnato di vigili cretini, maldestri aspiranti al «jumping», spacciatori imbranati, nonni in affido, svampite in servizio permanente effettivo (appunto ), razzisti della domenica, teppisti in sedicesimo e così via punzecchiando. E si oscilla pacificamente, con la generosità di cui dicevo, fra il «nonsense» surreale (Giacomo: «Qua facciamo notte» – Aldo: «In inglese è Fahrenheit») e l’affondo gaglioffo (Aldo: «Se mi vedo i film porno su Sky è per mestiere. Faccio il falegname»). Il tutto – sull’onda delle musiche variegate di Gino Marcelli, che trascorrono dal rock alla tarantella, dallo ska alla big band hollywoodiana – s’inquadra nella cornice dell’interazione fra lo spettacolo dal vivo e i filmati stile cartoon di Rinaldo Rinaldi, mentre ricava ulteriori spunti comici dai trucchi, tanto scoperti quanto efficaci (vedi il braccio meccanico per mezzo del quale si fingono i salti di Giovanni appeso a un’inesistente corda elastica). E qui, senz’alcun dubbio, c’entra la mano del regista, tale Arturo Brachetti. Alla «prima» – salutando al meglio il ritorno in palcoscenico di Aldo, Giovanni e Giacomo a dieci anni da «I corti» e a sette da «Tel chi el telun» – Palapartenope gremito e risate a valanga. Gli spettatori ridevano convulsi e applaudivano frenetici qualsiasi cosa facessero e dicessero i loro tre beniamini, poiché, in anticipo, «sapevano» che «dovevano» ridere e applaudire. Ed era, insomma, la televisione che, cacciata dalla porta, rientrava dalla finestra per prendersi la sua brava e preventivabile rivincita.

 

Da Il Mattino del 18-03-06

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