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FESTIVAL DI LATINA

«’ABITUDINE» AL DIANA

 

Con Gassman in un circo chiamato vita

 

Franco de Ciuceis È uno spettacolo «double face» questo di Alessandro Gassman che, con una coraggiosa operazione, ha messo in scena «La forza dell’abitudine» di Thomas Bernhard. Coraggiosa perché Bernhard è un autore che non concede molto al pubblico. Scontroso fino alla morte, avvenuta nell’89 tra i silenzi delle sue montagne e l’assordante dissidio della sua scrittura, il romanziere e drammaturgo austriaco è stato un testimone inquieto del nostro tempo, esprimendo nelle sue pagine il disagio dell’intellettuale nel difficile rapporto con la condizione umana, con le ragioni stesse dell’esistenza, vissute e rifiutate con un nichilismo che in molte sue opere non ha altro sbocco che la dolorosa desistenza della follia. Ma «La forza dell’abitudine», ora al Diana, è una pièce ambientata nel mondo del circo, assunto come metafora della vita e dell’arte. E Gassman, nell’adattamento firmato assieme a Carlo Alighiero, con il bell’impianto delle scene di Gianluca Amodio e dei costumi di Helga Williams, ha inteso temperare il testo severo di Bernhard con accentuazione del momento ludico: di qui la presenza in scena dei Colombaioni, dinastia di clown che da più generazioni esprime la tradizione circense, riservando per sé, con altrettanto coraggio, lui attore quarantenne, la parte del protagonista, l’ottuagenario Caribaldi che dirige e tiranneggia i suoi funamboli in una vana ricerca della perfezione. Nell’entrare in sala, il pubblico già incontra, tra le poltrone e in vista sul palco, i saltimbanchi che eseguono i loro numeri, in un prologo aggiunto che anticipa le linee dello spettacolo. Poi, al rotare della pedana girevole, il direttore del circo: da anni il vecchio Caribaldi impone agli artisti la fatica quotidiana di provare l’esecuzione del «Quintetto della trota» di Schubert, mirabile pezzo strumentale di grande difficoltà tecnica. Un’ossessione, un obbligo per il quale egli pretende precisione assoluta, da acquisire con la forza dell’abitudine, come richiesto per ogni altra manifestazione della vita. Un’utopia, quasi che la vita possa fissarsi in una forma compiuta, condizione questa che è negata anche all’arte, che è continua mutazione di forme. Ma gli artisti continuano a sabotare la prova, e lo stesso Caribaldi odia il violoncello. Il violino dell’ambiguo giocoliere (Paolo Fosso), il pianoforte del domatore ubriaco (Sergio Meogrossi), il contrabbasso dell’inconcludente buffone e la viola della remissiva e ostile trapezista (Walter e Sue Ellen Colombaioni), con le irruzioni degli altri saltimbanchi (Giancarlo e Kevin Colombaioni) non riusciranno mai a concludere l’esecuzione perfetta. Alessandro Gassman, in un’eccellente prova d’attore, resterà solo. Il movimento esibito dai circensi è illusorio e non nasconde l’inazione del protagonista, nel suo universo concentrazionario. L’arte, come la vita, è inafferrabile.

 

Da Il Mattino del 02-03-06

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