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A Capannelle l’uomo che sussurrava ai cavalli

 

di CATERINA VAGNOZZI

 

Una carriera iniziata a quattro anni come controfigura di star di Hollywood del calibro di Mickey Rooney, Charlton Heston, Ronny McDowall e persino di Elisabeth Taylor, proseguita con successo come trainer di cavalli da corsa leggendari, prima negli Stati Uniti e quindi in Europa, e stabilizzata attualmente nell’insegnamento del “Join-Up”, il metodo di comunicazione che diffonde il messaggio della non violenza: a cavalli e umani, senza differenza.
Monty Roberts, californiano settantenne, nel mondo del cavallo è considerato un vero e proprio guru ma la sua fama sconfina ben oltre il ristretto mondo degli addetti ai lavori di ippica ed equitazione. Da una parte la notorietà riflessa acquisita anche tra il grande pubblico con il successo del libro L’uomo che sussurrava ai cavalli , portato sul grande schermo da Robert Redford, una storia di cui molti assicurano sia stato lui l’ispiratore. Dall’altra l’approvazione incondizionata per la sua attività di personalità di ogni genere ed in particolare della Regina Elisabetta di Inghilterra. La telefonata di Queen Elisabeth, notoriamente grandissima appassionata di purosangue e proprietaria della più forte scuderia di cavalli da corsa del mondo, è arrivata nella primavera di venticinque anni fa nella tranquilla fattoria californiana di Flag Is Up Farms ed ha cambiato la vita dalla famiglia Roberts. Una famiglia impegnativa per un uomo carismatico che ha vissuto un’infanzia di violenze ed allargata oltre che ai tre figli avuti dalla moglie Pat anche ad altri 47 ragazzi adottati. Dopo averlo invitato ad addestrare il suo staff ed averlo visto all’opera, la regina, ha voluto finanziare la pubblicazione e la divulgazione del primo libro di Monty che, uscito nel ’96, con cinque milioni di copie vendute è stato un vero fenomeno editoriale.
Monty Roberts ha inserito tre tappe del suo tour europeo Italia e venerdì 20 gennaio sarà a Roma, ospite dell’Ippodromo delle Capannelle, sotto l’accogliente e luccicante tendone del Circo Togni, requisito per la serata da The Fool on the Hill, comitato organizzatore degli eventi italiani in collaborazione con HippoGroup Roma. E’ la prima volta che viene a Roma e l’attesa sta progressivamente montando.
Quello che letteralmente si traduce in “arruolamento” ma che in pratica deve interpretarsi come “simbiosi o alleanza”, è il metodo che l’americano chiama “il linguaggio silenzioso”. Inizialmente applicato solo alla ricerca di comunicazione con i cavalli, il Join-Up ha trovato e trova sempre maggiore applicazione in altri ambiti tanto che i metodi di Monty hanno suscitato l’interesse della Cia, di molti penitenziari e di multinazionali (oltre cinquecento) del calibro della Wolkswagen che lo interpellano per corsi e conferenze per il management. Persino il Ministero della Pubblica Istruzione del Regno Unito lo ha coinvolto nei piani di recupero di scuole particolarmente “problematiche”.
Monty Roberts ha cominciato ad ascoltare i cavalli quando da ragazzo aveva avuto l’incarico dalla Rodeo Association Wild Race di Salinas di riunire le mandrie dei Mustang. In quell’occasione ebbe modo di passare ore ad osservare l’interazione tra i componenti del gruppo. «Capii – spiega – il loro modello di comunicazione e che con l’applicazione di tale linguaggio si poteva accedere ad un sistema di doma più dolce. Un buon addestratore può portare un cavallo a fare ciò che vuole. Un grande addestratore può far sì che sia il cavallo a volerlo».
In inglese il termine domare si traduce to break che significa spezzare. Per anni Roberts ha assistito al lavoro di suo padre che utilizzava tecniche che implicavano dolore, paura e coercizione. E’ stato anche punito e represso per aver osato insinuare che questi metodi fossero sbagliati, ma gli abusi del padri non lo hanno allontanato dalla sua visione delle cose.

 

Da Il Messaggero del 13-01-06

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