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Freaks, quando gli ultimi sono i primi


La poetica che riabilita la differenza mentale o fisica è ormai un genere cinematografico


Tim Burton è il regista che più di altri ha dedicato la sua produzione agli emarginati I suoi “eroi” sono outsider della società non perché mostri ma perché isolati e rifiutati


In inglese “freaks” significa ” scherzi della natura”. Il primo film che li vede protagonisti fu girato nel 1932 da Todd Browning con attori deformi reclutati nei circhi In alcuni Stati la sua distribuzione è ancora vietata

 

È stato l’autunno di Tim Burton, re al botteghino con ben due pellicole: “La fabbrica di cioccolato” e “La sposa cadavere”.
Sembra che la poetica stralunata e dolceamara del regista americano non smetta mai di accattivare il pubblico. Sicuramente si tratta di un regista che, come pochi altri, sa coniugare una rara visionarietà a tematiche ludiche solo in apparenza. La maggior parte dei film di Burton (ed anche un libro di filastrocche: “Morte malinconica del bambino ostrica e altre storie”, Einaudi Tascabili, Stile Libero) è dedicata, infatti, agli emarginati: individui che, in quanto diversi, vengono cacciati o si esiliano volontariamente dalla società.
La diversità emotiva, che spesso è solo un eccesso di sensibilità nei confronti di un mondo indifferente, viene regolarmente rappresentata, nella sua opera, attraverso la deformità fisica. I mostri di Burton sono una metafora degli outsider della nostra società, creature psicologicamente involute, desiderose d’affetto, fragili, che diventano “mostruose” quasi per una reazione psicosomatica. Mostri in quanto emarginati e non emarginati in quanto mostri. Pensiamo a “Edward mani di forbice” (1990) dove un robot, il cui creatore è morto in corso d’opera, trova la strada verso la città: sarà prima accolto come una stravagante novità e poi eletto capro espiatorio e cacciato. Il poverino ha forbici acuminate al posto delle mani, con le quali scolpisce magnifiche statue di ghiaccio. Difficile trovare una metafora migliore per rappresentare l’impossibilità di trovare un contatto tra esseri umani in un mondo divoratore e plastificato, che tutto fagocita e distorce.
Edward non può avvicinarsi alla sua amata senza ferirla. Sarà salvato da un poliziotto, non a caso di colore, un uomo che, lavorando in un quartiere bianco e bigotto, sa bene cosa sia l’emarginazione. “Batman Returns” (1992) è un vero inno alla diversità, rivendicata dai protagonisti come unica identità possibile di fronte al rifiuto generale. “Sei geloso perché io sono un mostro D.O.C. e tu devi indossare una maschera!” grida Penguin a Batman. Lo stesso Pinguino che, nato deforme, è stato abbandonato allo zoo dai genitori ed ora, armato di ombrelli pieni di micidiali gadget, si vuole vendicare del mondo che non l’ha voluto.
La sua ultima arma, prima di essere scortato ad una tomba liquida e gelida da un picchetto di pinguini, sarà un ombrello decorato con ninnoli e carillon, simbolo dell’illusione della sicurezza infantile e della normalità negata. Nessuno, nel frattempo, si accorge che il vero cattivo è il magnate della finanza che lo manipola ma che, essendo normale d’aspetto, viene smascherato per ultimo.
“Ed Wood” (1994) è l’affettuosa biografia del regista più off di Hollywood, il peggiore di tutti i tempi, secondo molti un uomo fragile, entusiasta e confuso, che amava vestirsi da donna- amava i maglioni d’angora- senza nemmeno essere omosessuale. Il suo più grande amico fu il grande Bela Lugosi, ex star del cinema horror, diventato un eroinomane disoccupato ed ossessionato dalla propria celeberrima interpretazione di Dracula al punto da farsi seppellire vestito come il conte Vlad. E che dire di “Nightmare before Christmas” (1993) nel quale i mostri di Halloween, stanchi di far paura, rubano il Natale a Santa Claus, terrorizzando involontariamente i bambini di tutto il mondo? Dovranno tornare mestamente alle loro cupezze: il loro aspetto gli impone un ruolo. C’è una parola inglese che definisce tutti questi protagonisti ed è “freaks”: scherzi della natura. Negli Stati Uniti la poetica dei freaks è, oggi, molto diffusa, in un estremo tentativo di riabilitare la differenza mentale o fisica. Il primo film che li vede protagonisti è entrato nella storia del cinema: si tratta del controverso “Freaks” (1932) di Todd Browning, la cui distribuzione è, tutt’oggi, illegale in alcuni stati americani. Bloccato per trent’anni dalla censura il film ha, per protagonisti, attori affetti realmente da gravi deformità, reclutati dal regista nei circhi itineranti dell’epoca, i famosi “freakshows”.
Questi macabri teatrini, come quelli di P.T. Barnum o di Dwain Esper (che si procurò un rullo del film e lo proiettò nel suo circo, con diversi titoli, per anni), erano al contempo delle spietate vetrine per voyeurs dell’orrido e l’unico rifugio per molti handicappati in cerca di un minimo d’indipendenza. Il film parla della rivolta dei “mostri” del circo contro una trapezista bella e spietata. La donna, d’accordo con “l’uomo forzuto”, sposa per denaro un povero nano, per poi prendersene gioco e spezzargli il cuore. Ci penseranno i suoi amici a vendicarlo facendo a pezzi (letteralmente) i due cospiratori e trasformandoli, a loro volta, in fenomeni da baraccone. Horror impressionante, la cui visione turba profondamente ancora oggi, Freaks si schiera apertamente per la dignità dei suoi “mostri” ma, al contempo, la nega pubblicizzandosi attraverso il loro uso mediatico. Ci vorranno cinquant’anni per ritrovare un freak che sappia essere protagonista limando la componente morbosa del voyeurismo e sarà lo struggente “Elephant Man” (1980) di David Lynch, capolavoro immortale sulla ricerca dell’umanità al di là delle apparenze e vera storia di John Merrick, il povero deforme accettato e poi rigettato dalla crudele società vittoriana.
Lo stesso Fellini, sempre affascinato dai lati più grotteschi della sua sfrenata fantasia, ci propone in “La voce della luna” (1990) due pazzi (Paolo Villaggio e Roberto Benigni) che vivono al margine di una caotica microsocietà padana, suggerendo che la loro follia sia l’unica virtù in grado di interpretare con simmetria un mondo privo di prospettive, molto più pazzo ed insensato delle loro menti malate. Lo scrittore e regista horror inglese Clive Barker dirige, nel 1990, “Cabal”: un maldestro tentativo di descrivere una società nascosta di mutanti “buoni” che ha il pregio di anticipare le tematiche del Burton migliore senza però trovare una chiave di lettura convincente. Quasi contemporaneamente Walter Hill dirige “Johnny il Bello” (1989) deformando orrendamente il viso di Mickey Rourke. Storia noir, scandita da una solenne colonna sonora per chitarra slide di Ry Cooder, che narra di un piccolo criminale dal volto sfigurato, operato da un medico conosciuto in carcere. Ma anche con un viso nuovo, “normale”, la vendetta che si porta dentro verso gli assassini di un amico non si acquieta e finirà ucciso in uno scontro dal sapore western. “Hanno cambiato il suo aspetto, la sua vita ed il suo futuro….ma non possono cambiare il suo passato”, leggeva i poster promozionale del film, uno dei migliori di Hill, da riscoprire. La lista potrebbe essere ancora molto lunga: c’è “La famiglia Addams” telefilm degli anni ’60, poi trasformatosi in una serie di film per il cinema, indimenticabile ritratto fumettistico di una famiglia di mostri e della loro prospettiva satirica sulla nostra società. Ed ancora “Carnivale”, in onda su Sky, prodotto dall’americana HBO: un ibrido tra “Furore” di John Steinbeck, “Twin Peaks” e Stephen King, ambientato in un circo che attraversa la desolazione centrale degli USA flagellati dalla Grande Depressione degli anni ’30. Al di là degli elementi soprannaturali resta una riproduzione magnifica e realistica della vita sulla strada di un gruppo di emarginati.
Gli ultimi arrivati, sul lato fumettistico, sono gli “X Men” (2000), mutanti incompresi, supereroi scambiati per mostri, che l’umanità vorrebbe segregare e monitorare tanto da spingere una loro fazione a complottare contro l’umanità stessa. Speriamo che il pubblico, che tanto ama la leggerezza e la poesia dei film di Tim Burton, capisca l’urgenza con cui tutti questi registi, negli anni, hanno voluto richiamare l’attenzione generale su un problema che, tragicamente, è connaturato alla nostra società. Dovunque si formi un “branco”, che si elegge a termine di paragone per misurare la normalità, qualcuno ne farà le spese e la storia recente ce lo ha insegnato attraverso troppe, catastrofiche, tragedie. Il messaggio è semplice: non è nell’involucro che si differenziano gli uomini, ma nell’anima.

Adamo Dagradi da Il Giornale di Brescia del 30-12-05

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