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Stampa: Cirque Eloize al Bellini di Napoli

SUELLEN SFORZI NUOVA AVVENTURA IN …..

CIRQUE ELOIZE AL BELLINI

 

 

Se la poesia volteggia sul trapezio

 

Enrico Fiore Sarebbe molto piaciuto a Cyrano de Bergerac questo spettacolo, «Nomade», che la celebre compagnia canadese del Cirque Éloize presenta al Bellini. Non solo perché nel romanzo del poeta-spadaccino «L’Altro Mondo o gli Stati e gli Imperi della Luna» il protagonista racconta che, prima di arrivare in quelle contrade aliene, è approdato per l’appunto in terra canadese. E non solo perché – a conforto del sottotitolo dello spettacolo in questione, «La nuit, le ciel est plus grand» – nella commedia di Rostand lui, Cyrano, la sua più spericolata impresa d’amore, quella di farsi passare per Cristiano agli occhi di Rossana, la compie giusto col favore delle tenebre. C’è molto di più. Nel Mondo della Luna le parole sono bandite e dalle malattie, se pure insorgono, non si guarisce con le medicine, ma con l’immaginazione. E ciascuno dorme sui petali del fiore più adatto alla sua personalità. E non esiste , al suo posto c’è il Cambiamento. Sembra proprio la descrizione di «Nomade» e l’elenco dei connotati portanti che distinguono, ormai da dodici anni, il lavoro del Cirque Éloize: la figuratività, la fantasia, la leggerezza e la costante variabilità. Può accadere, così, che dietro il velatino che chiude il boccascena – vi sono dipinti, appunto, il cielo e il sole al tramonto – passi come in sogno una sposa con un lunghissimo strascico. Ma quando l’acrobata, sceso dalla pertica, vuole offrirle il canonico bouquet, da quell’abito bianco salta fuori il clown pestifero e pasticcione che imperversa lungo tutto lo spettacolo. Il sogno si cambia, giusto, in pantomima comica. E non è finita. A quella in bianco s’aggiungono due spose in nero, in modo da richiamare, evidentemente, le tre Parche. La sposa in bianco, quindi, potrebb’essere (non dimentichiamo che nelle culture antiche il bianco simboleggia la morte) Atropo, colei che taglia il filo della vita. La morte, dunque, è quella di Cardarelli: «la sposa fedele / che subentra all’amante traditrice». E infatti, una delle canzoni dice fra l’altro: «La vita è un cavallo storto / impossibile da cavalcare». Ma aggiunge: «non ci saranno fermate», «vivrò come viaggiare», «continuerò a sognare». Perché i nomadi – i nomadi nel cervello e nell’anima – non possono smettere di cavalcare, sia pure su un cavallo storto. Ed è la poesia, allora, una poesia struggente e indomita, e malinconica e allegrissima insieme, il portato fondamentale di questo spettacolo bellissimo che, con risultati mirabili, fonde il circo, il teatro, la danza e, naturalmente, la musica. Dico naturalmente perché, poi, tocca alle note di Lucie Cauchon e Maria Bonzanigo incarnare – oltre lo straordinario apporto degli interpreti, della regia di Daniele Finzi Pasca, delle scene di Guillaume Lord, dei costumi di Mérédith Caron e delle luci di Martin Labrecque – la vocazione al nomadismo: è come un vento che dalla frenesia dei Balcani porta alla dolcezza del valzer musette, giù giù sino all’eco del fado rivisitato dai Madredeus e della pizzicata di Officina Zoè.

 

Da Il mattino di Napoli del 08-12-05

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