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7/05/2004: UNA CATANESE NEL CAST DI “SALTIMBANCO”

Il personaggio: Betty La Commare, una catanese nel cast di “Saltimbanco” Mariella Caruso

Ci sono alcune volte in cui anche i certificati di nascita mentono. In quello di Betty La Commare, per esempio, alla voce luogo di nascita c’è scritto La Spezia. Mai come stavolta, però, alla legenda burocratica non corrisponde una verità stanziale. Basta sentir parlare Betty, chiudere gli occhi e lasciarsi cullare dal suo accento cantilenante, per capire che la splendida 42enne dai capelli corvini che ci parla gioiosamente accomodata su un divano bianco sotto il tendone milanese – bianco anch’esso – di uno dei più famosi circhi del mondo, il canadese Cirque du Soleil, di spezzino ha – oltre la mamma – solo la provenienza anagrafica. La sua anima girovaga, invece, è rimasta rigorosamente catanese. “Sono nata a La Spezia, ma non ci sono stata mai. Sono subito venuta in Sicilia, a Catania”, racconta Betty i cui genitori (mamma spezzina e papà trapanese) vivono ancora in via Crociferi, che hanno lasciato la scorsa settimana per andare a Milano a vedere “Saltimbanco”, lo spettacolo del Cirque du Soleil nel cui cast artistico c’è anche Betty. “A Catania ho cominciato a fare danza classica a 4 anni, poi verso i 13 anni ho cominciato a seguire le lezioni di flamenco che dava Franca Roberto Cannavò, che qualche giorno fa è venuta a vedermi qua a Milano con suo marito (Candido, ex direttore della Gazzetta dello Sport, ndr), e poi a 18 anni sono andata a Roma per la prima volta fuori dalla Sicilia”. Da quel giorno Betty La Commare a Catania non è più tornata a viverci stabilmente anche se “faccio una capatina almeno una volta l’anno. L’ultima volta è stato nello scorso luglio, sono stata al mare con mia figlia, ed ero morta di caldo perchè non ci sono più abituata”. La sua casa è a Bruxelles, dove vive Ivana la figlia 13enne, ma la sua arte che la rende un po’ argentina nell’anima, l’ha portata in Belgio, a Parigi, in America” “Ogni volta andavo o in compagnia, come a Roma per la danza moderna, o a prendere delle lezioni come accadde in Belgio dove presi delle lezioni di danza classica e neoclassica. Eravamo all’inizio degli anni ’80, un periodo in cui la danza si stava trasformando. Io ero avida di conoscenza. Ho fatto parte di compagnie di tutti i tipi: dal teatro al teatro-musica, alla danza-teatro, tutte fusioni strane – continua Betty, protagonista al Cirque du Soleil di un numero di boleadoras (uno strumento di caccia della pampa argentina) che mescola i passi del flamenco al virtuosismo acrobatico del controllo di un lazo alla cui base si trova una palla che scandisce – roteando vorticosamente – i passi di danza. “Quello che faccio qui al Circo, dove sono arrivata per la prima volta nel 1985, l’ho imparato in Argentina. Facevo parte di un piccolo gruppo di argentini e quelli del Cirque du Soleil, che era appena nato da una mistura tra canadesi ed europei, ci hanno chiamato. Fu una cosa molta informale: nessuna audizione, nessun esame, ognuna aveva il suo costume, ci si truccava come si voleva. Era tutto molto più semplice ma c’era già, per cominciare, un tendone da 850 posti”, racconta entusiasta l’artista catanese. “Dopo questa prima esperienza col circo, ho ripreso la mia vita girovaga. Poi mi sono stabilita in Belgio dove ho pure fatto una mia compagnia di danza che ho chiuso l’anno scorso. Dieci anni dopo, nel 1996, il Cirque du Soleil mi ha richiamata perchè aveva deciso di rimettere in piedi lo spettacolo Saltimbanco, il primo che ha un nome, una storia e volevano questo numero di boleadoras”, ricorda Betty lasciandosi poi andare alla nostalgia quando le si chiede cosa le manca di Catania e se ha qualche rimpianto. “Nessun rimpianto perchè posso sempre ritornare, vedere gli amici. Uno dei più cari è Pierfrancesco Veroux con cui ho fatto il liceo Spedalieri. La Media l’ho fatta invece alla Majorana e qualche giorno fa qualcuno mi ha lasciato un biglietto qui al circo che diceva: “Ti ricordi alla Majorana?” Quello che mi manca, invece, sono il mare, i colori, i profumi. Insomma tutto. Tutto ciò a cui una è abituata sin da piccola. Anche il siciliano stesso, la lingua. Mi manca perchè è spassosa, è molto piena d’immagini”. Anche immagini non belle. “In Sicilia quando vuoi fare qualcosa di diverso te lo impediscono. Nel campo artistico c’è questa lotta tra piccoli gruppi che vorrebbero prevalere uno sull’altro, poi non c’è moltissimo lavoro e per vedere certi spettacoli dobbiamo andare a Taormina, aspettare l’evento. Qualche anno fa a Catania ho visto bellissime cose a Capodanno, c’è stato qualche tentativo con il teatro di strada e la gente è molto interessata, esce ma poi l’offerta non è consona alle aspettative e per gli artisti è difficile. Anche se c’è chi fa delle cose alla fine non ci vive, le fa più per piacere che per lavoro. Purtroppo io ho incontrato moltissimi italiani, e siciliani, all’estero dove tutto, come per miracolo, comincia a funzionare. Quindi quando torno in Italia anche se ho molto piacere di stare qui mi fa un po’ rabbia dover dire: “Io sono italiana e devo stare fuori se devo far qualcosa”. Ma questa è una storia vecchia, la conosciamo già. Ma nonostante tutto, da buona siciliana una ricetta per cambiare le cose Betty La Commare tenta di darla. “L’arte è diventata ormai uno strumento politico – conclude -. In Italia le sovvenzioni sono date a enti lirici e teatrali riconosciuti. Quel poco che resta, poi, viene dato a piccole compagnie alcune più raccomandate di altre. Il problema è di struttura sociale ed economica in cui il budget dovrebbe essere ripartito dando anche una possibilità ai giovani e alla gente che ha delle idee di potersi muovere e di viverci così come succede in Belgio dove 1/3 del budget statale aiuta concretamente le compagnie che possono, per esempio, anche pagarsi una segretaria o il decoro del teatro”.

da “La Sicilia”

Salerno (Italy) – 07 May 2004 – 15:32:13

 

 

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